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Lele Scieri, un passo verso la verita': non fu suicidio, “il para’ aggredito in caserma”

lele scieri

Lele Scieri non si tolse la vita. Non voleva dare nessuna prova di forza. E c’e’ persino il sospetto che sulla scala della torretta della caserma Gamerra di Pisa dove si asciugavano i paracadute non ci sia neanche da solito da vivo. La relazione votata dalla commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Sofia Amoddio smonta diciotto lunghi anni di bugie, complicita’ e omerta’. Per coprire, forse, quello che era chiaro a molti sin dall’inizio: il para’ siracusano era stato aggredito.
La commissjone ha acquisito quasi seimila pagine di documenti e ascoltato 45 persone in 20 mesi. Un lavoro che ha portato la Procura di Pisa a riaprire le indagini sul caso. “La Commissione ha lavorato con determinazione nella ricerca della verità nella consapevolezza che le responsabilità penali sono individuali con pieno rispetto e considerazione nei confronti delle forze armate”, spiega proprio la Amoddio. “Intrecciando gli elementi acquisiti nel 1999 dalla magistratura con nuovi elementi di indagine acquisiti attraverso le audizioni, la Commissione ha fornito nuovi elementi che ha consegnato alla Procura della Repubblica di Pisa”. Scoprendo dettagli sul clima generale che regnava nella caserma Gamerra di Pisa all’epoca dei fatti, il frequente ricorso a pratiche di nonnismo evidenziando “il ruolo dei caporali e l’atteggiamento e la mentalità dei militari e le risposte date dai comandanti a livello di corpo e di brigata”. E come se non bastasse,“abbiamo accertato che alla Gamerra avvenivano gravi atti di violenza, non riconducibili a semplice goliardia”.
La verita’ va cercata tra le pagine della relazione finale. “Gli elementi oggettivi riscontrati dalla Commissione consentono di escludere categoricamente la tesi del suicidio o di una prova di forza alla quale si voleva sottoporre Emanuele Scieri , scalando la torretta, tesi che nel ’99 la catena di comando della Folgore suggeri’ alla magistratura”. Sofia Amoddio aggiunge anche che “la Commissione ha accertato, attraverso la consulenza cinematica di tecnici specializzati, che la presenza di una delle scarpe dello Scieri ritrovata troppo distante dal cadavere, la ferita sul dorso del piede sinistro e sul polpaccio sinistro sono del tutto incompatibili con caduta dalla scala e mostrano chiaramente che Scieri é stato aggredito prima di salire sulla scaletta”.
La zona dove è stato ritrovato il cadavere di Emanuele Scieri non era una zona del tutto isolata, “ma era presidiata da anziani che la utilizzavano come spazio di rifugio e di svago”. Una sorta di zona franca, dentro una caserma, “in parte esente da regole e controlli ed appare molto improbabile che i vertici militari non sapessero cosa accadesse in quell’area”. La commissione ha fatto emergere le falle e le distorsioni di un sistema disciplinare fuori controllo ed ha rintracciato elementi di responsabilità depositandoli presso la Procura della Repubblica di Pisa.
Il quadro delle dinamiche all’interno della Caserma all’epoca della morte di Emanuele Scieri, così come ricostruito dall’inchiesta della Commissione, ha messo in evidenza due aspetti diversi e complementari del problema della disciplina: da un lato una altissima, sorprendente tolleranza verso comportamenti di nonnismo, nettamente in contrasto con i regolamenti militari vigenti, il carattere diffuso e noto di comportamenti trasgressivi; dall’altro l’esistenza di una sorta di disciplina parallela, legata non ai regolamenti formali ma ai concetti di consuetudine e tradizione. Una sorta di regolamento non scritto, che normando la relazione gerarchica fra i militari si trasmetteva in modo informale e definiva codici di comportamento reciproco e libertà d’azione degli allievi”.
Sofia Amoddio, presidente della commissione, punta il dito contro “errori grossolani e responsabilità evidenti nel contrappello della sera del 13 agosto 1999, quando i militari addetti, pur avendo saputo da alcuni commilitoni dello scaglione di Scieri che Emanuele quella sera era rientrato in caserma, non annotarono le informazioni ricevute nel rapportino della sera e liquidarono l’assenza di Scieri consegnando all’ufficiale di picchetto il rapporto con la dicitura mancato rientro anziché non presente al contrappello”.
“Con la giusta dicitura si sarebbero potute disporre immediate ricerche all’interno del perimetro della Gamerra, cosa che invece non avvenne”. La Commissione di fatto boccia l’archiviazione per omicidio colposo decisa all’epoca dalla Procura nei confronti degli addetti al contrappello “che omisero di effettuare una qualsivoglia ricerca di Emanuele Scieri”.
Superficialità che avrebbe segnato molti aspetti delle indagini. I tabulati con le chiamate pervenute al telefono di Scieri dal 13 al 16 agosto 1999 non vennero mai acquisiti e pertanto non è possibile riscontrare se il 14, 15 e 16 agosto 1999, dalla caserma Gamerra furono effettuate ricerche telefoniche al cellulare di Scieri. “Emergono anche numerose anomalie nell’effettuazione dei rilievi e dei sopralluoghi sulla scena del crimine. Apprendiamo che intervennero tre nuclei diversi dell’Arma dei Carabinieri e che le operazioni di rilevamento presero avvio in assenza del pm e senza la presenza dei Ris. La scena fu modificata con lo spostamento di alcuni tavoli ed armadietti che ostruivano il passaggio, apprendiamo per esempio che il cadavere dello Scieri fu manipolato per estrarre dal marsupio il telefono cellulare del ragazzo e risalire al suo numero di telefono; apprendiamo, dalle foto agli atti, che un carabiniere in divisa e stivali di ordinanza, camminava sui tavoli presenti ai piedi della scala, senza indossare calzari o altre protezioni; apprendiamo che al carabiniere Pirina fu ordinato dai suoi comandanti presenti sul luogo, di salire sulla scala metallica dalla quale sarebbe precipitato lo Scieri, per scattare delle foto dall’alto. Il Pirina, audito in Commissione, ha dichiarato di non aver utilizzato guanti e calzari specifici per effettuare i suoi rilievi. Prima che Pirina salisse sulla scala per effettuare i rilievi fotografici, nessuno accertò con il tipico utilizzo del luminol se su quella scala fossero presenti impronte digitali di terze persone. A quanto pare e senza alcun evidente elemento, la morte di Scieri fece pensare subito a un suicidio. L’aspetto piuttosto oscuro della vicenda è sicuramente la presenza di tracce ematiche sui pioli della scala metallica da cui si suppone sia precipitato Emanuele Scieri e per le quali non ci sono rilievi. Dagli atti di indagine della Procura, in seguito all’esame del Dna di una sola macchia risulta che le tracce ematiche appartenevano al carabiniere Pirina. Come é possibile che, effettundo i rilievi fotografici, si ferì senza accorgersene e poi fotografò quelle stesse macchie di sangue?”.
I 17 anni trascorsi hanno paradossalmente agevolato gli approfondimenti della Commissione, “atteso che molti degli auditi hanno raccontato la vita militare ed i fatti allora accaduti, senza alcun timore di subire ritorsioni, contrariamente a quanto avvenne all’epoca dei fatti in cui vi era una forte campagna mediatica. Nel 99 l’avvio incrociato delle indagini interne e di quelle della Procura, produssero un diffuso atteggiamento di timore e cautela”.
Alcuni hanno mostrato, in sede di esame della Commissione, atteggiamenti di chiara apertura su questioni fondamentali per ricostruire la vita della caserma Gamerra all’epoca dei fatti; altri, invece hanno continuato a negare “e ciò evidenzia il permanere di sacche di fortissima reticenza o addirittura di vera e propria omertà nelle versioni di alcuni degli auditi su questioni definitivamente accertate, che lasciano immaginare altre ben più significative omissioni”. Anche tra i responsabili dei vertici militati la Commissione ha riscontrato diverse percezioni del fenomeno del nonnismo e della concezione stessa del fenomeno. Adesso, finalmente, il passo deciso verso la verita’.

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