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Niente domiciliari per Giancarlo Longo, l’ex pm di Siracusa resta in carcere a Poggioreale

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No ai domiciliari per l’ex sostituto procuratore di Siracusa, Giancarlo Longo. Resta in carcere, a Poggioreale, dove si trova dal 7 febbraio con l’accusa di associazione a delinquere, falso e corruzione. Il gip di Messina, Maria Ventimiglia, ha respinto la richiesta del legale del magistrato di sostituire la custodia cautelare in carcere con i domiciliari.
Secondo il gip, l’interrogatorio di garanzia avrebbe rafforzato il quadro indiziario a carico dell’ex pm. Il magistrato, in sostanza, non avrebbe fornito elementi che smentiscano i suoi rapporti confidenziali con gli avvocati siracusani Amara e Calafiore.
Come spiega l’Ansa, il giudice trova “risibili” le spiegazioni date dall’ex pm sul fatto che, durante la vacanza a Caserta, suo figlio e il figlio della compagna di Calafiore avessero preso la stessa camera. Prova, per l’accusa, del rapporto intimo tra le due famiglie. Nel corso dell’interrogatorio Longo ha detto che i ragazzi non avrebbero comunque dormito insieme.
Inoltre, ha scritto il gip, Longo ha ammesso di aver conferito incarichi di consulenza nella sua abitazione e non in ufficio. Tra le contestazioni fatte all’ex pm c’è quella di aver assegnato a consulenti compiacenti incarichi tecnici per precostituire elementi a favore di clienti di Calafiore e Amara come il gruppo imprenditoriale Frontino.
Il giudice ha anche ritenuto poco credibili le spiegazioni date dall’ex pm sul viaggio a Dubai, secondo l’accusa pagato, attraverso una terza persona, da Amara e Calafiore.
Per il gip resta l’attualità delle esigenze cautelari visto che l’indagato fino all’ultimo, pur avendo sospettato che a suo carico fosse stata aperta un’inchiesta, “non ha esitato a rimuovere le telecamere e i dispositivi di monitoraggio collocati nel suo ufficio e ha occultato, probabilmente con la complicità di familiari, il cellulare che gli era stato richiesto dagli investigatori”.
Quindi resta attuale, per il giudice, il pericolo di inquinamento delle prove, anche grazie all’aiuto di familiari come il suocero, anche lui indagato, e quello di reiterazione del reato.

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