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Zona industriale: il momento di una seria riflessione oltre salute/occupazione. Quale alternativa?

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La paura principale è tutta racchiusa in una domanda: chi dopo Lukoil? Se il colosso russo dovesse realmente vendere gli impianti Isab di Priolo, in quella che rimane comunque una delle principali aree di raffinazione d’ Europa, chi e come potrebbe garantire gli attuali livelli di occupazione? Ridotta a semplice punto di stoccaggio non avrebbe certo bisogno di quella piccola città di dipendenti e aziende esterne di supporto.
Diamo voce allora alla preoccupazione principale: che l’ultimo, decisivo segnale di crisi possa davvero essere dietro l’angolo. Con un effetto domino difficile da valutare. Come se dopo Termini Imerese e Gela fosse ora la volta di Priolo, Augusta e Melilli.
L’economia siracusana è aggrappata con le unghie alla zona industriale. Non è mai stato sviluppato un modello di sviluppo alternativo. Il turismo è ancora parola per slogan, non un sistema. L’agroalimentare traina la zona sud e ha buone performance a nord ma non è ancora “organico”. Portualità (turistica e commerciale) in attesa di spiccare il volo.
Motivi per preoccuparsi ce ne sarebbero, insomma. E in questo senso le parole dei sindacati – ultimo in ordine di tempo la Fiom, i metalmeccanici – bene fotografano il disagio di un settore trainante ma percepito sempre con fastidio se non disgusto dall’opinione pubblica. Tant’è che c’è quasi chi festeggia alla prospettiva di una caduta in disgrazia della zona industriale. “A me le industrie non hanno dato niente, solo puzza”. Peccato non sia così. Occupazione per migliaia di persone significa anche liquidità disponibile per migliaia di persone. Che spendono poi in altri negozi e beni. Movimentando l’economia locale in maniera diretta, senza considerare quanto sia preponderante la voce industriale nell’export della provincia di Siracusa. Che, altrimenti, sarebbe “entroterra”.
Non è la solita questione del duello salute-occupazione. Il discorso è diverso, e riguarda la stessa sopravvivenza (economica) di una provincia che oltre alle critiche alle industrie non ha mai saputo opporre un’alternativa credibile, reale, esistente. Che dia da mangiare. “Chiudono e fanno le bonifiche così ci riprendiamo la costa e facciamo turismo”. Le bonfiche, in casi di chiusure drastiche e drammatiche, sono una bella colata di calcestruzzo a mò di pietra tombale sugli impianti o parte di essi. Riprendersi una costa, così, sarebbe inutile. E Siracusa dovrebbe dimostrare capacità turistico-industriale sin qui neanche avvistata in germe.
La realtà – che va compresa e accettata- è che la provincia aretusea, nel bene e nel male, è a vocazione industriale: quel fastidio che in buona parte contribuisce a tenere le insegne ancora accese.
Inquinano, si dice non senza ragione. Servono più attenzione e contrasto per quella “controindicazione”. La strada intrapresa dalla Procura è corretta. E se i colossi del petrolio hanno eventualmente pensato – solo ipotesi – di poter “forzare” la mano perchè “infastiditi” dal rigore nel tutelare la salute? Sarebbe quantomeno strano dopo investimenti annunciati e dopo aver lavorato ad una nuova Aia che ha persino anticipato le richieste della magistratura. Difficile bluffare a quei livelli. Ma certo la volontà di testare il campo e vendere non nasce l’altro ieri.
Moderazione e buon senso, da opinione pubblica e industria come da sindacati e politica, non guasterebbe. La partita è delicata. Chi perde, perde davvero.

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