Benzina alle stelle, anche se la raffiniamo dietro casa. L’analisi del manager industriale

Il prezzo dei carburanti continua a salire sull’onda della tensione geopolitica internazionale. La crisi in Medio Oriente e l’instabilità del Golfo stanno producendo effetti sui mercati energetici globali, con inevitabili ricadute anche sui prezzi alla pompa.
A spiegare le dinamiche è Claudio Geraci, manager industriale nel settore della raffinazione, che analizza cause e possibili sviluppi di una situazione che ricorda molto quanto già accaduto all’inizio della guerra tra Russia e Ucraina. “E’ qualcosa che abbiamo già visto in passato, anche se oggi il prezzo del grezzo è salito in maniera molto repentina. Tutto è sostanzialmente legato alla crisi geopolitica che si è venuta a creare”. Secondo Geraci, i mercati reagiscono quasi immediatamente alle tensioni internazionali, la novità è forse rapidità degli aumenti alla pompa. “Se domani ho la proiezione di comprare il grezzo a 100 dollari invece che a 80, oggi provo ad aumentare il prezzo della benzina per recuperare il maggior costo di acquisto del grezzo successivo”, spiega con una sorta di politica della copertura preventiva. “È una specie di assicurazione. Poi, certo, c’è anche una quota di speculazione dei mercati”.
Un altro elemento decisivo nel prezzo finale dei carburanti è la fiscalità. “Il prezzo della benzina in Italia è governato in maniera importante dalle tasse. Se si vuole ridurre il prezzo alla pompa, l’unico modo è intervenire sulle accise e sull’Iva”. Ma una riduzione fiscale ha costi enormi per lo Stato. “Durante l’inizio della guerra in Ucraina la riduzione di 30 centesimi al litro costava al governo circa un miliardo di euro al mese”, ricorda. “Quindi ogni intervento significa togliere risorse da altre voci di bilancio”.
In questi giorni, ha sorpreso poi molti automobilisti il fatto che il gasolio sia arrivato a costare anche più della benzina. Secondo Geraci, il motivo non è legato al costo di raffinazione. “E’ un problema di disponibilità sul mercato”, spiega. “Quando l’offerta di prodotti medi come il gasolio diminuisce, il prezzo inevitabilmente sale”.
Una domanda ricorrente riguarda la Sicilia: perché, nonostante la presenza delle grandi raffinerie di Priolo e Augusta, il prezzo dei carburanti non è più basso rispetto al resto d’Italia? “Non c’è un motivo specifico per cui la benzina prodotta qui debba costare meno”, risponde Geraci. “Il prezzo industriale è sostanzialmente lo stesso e viene distribuito a valori mediamente simili in tutta Italia”. Esiste però una riflessione di natura politica. “Si potrebbe ragionare su un beneficio fiscale per le comunità che convivono con gli impianti industriali e con i relativi impatti ambientali”, dice. “Ma è sempre una questione di soldi: se si crea un’agevolazione fiscale, bisogna trovare le risorse per finanziarla…”.
Tornando alla speculazione, Geraci invita a distinguere. “Gli speculatori che incidono davvero sui prezzi non sono i gestori delle pompe di benzina”, afferma. “Quelli che muovono i prezzi delle materie prime sono gli operatori finanziari che agiscono sui mercati e sui futures”. Sono questi grandi movimenti di capitale, spiega, a determinare le oscillazioni più importanti del prezzo del petrolio.
Ma quanto durerà la fase di rincari? Prevedere la durata della crisi è difficile. “Per capirlo bisognerebbe avere capacità divinatorie. Posso dire solo che meno dura meglio è”. L’esperienza della guerra in Ucraina offre però un precedente. “Il vero shock durò da febbraio a settembre, poi il sistema riuscì gradualmente a riequilibrarsi”.
Il periodo più delicato, spiega, è sempre quello intermedio: “Se la crisi dura da uno a sei mesi gli effetti speculativi sono più forti. Se invece dura più a lungo, il mercato tende a riassestarsi”.
Le tensioni internazionali non si riflettono soltanto sui carburanti. Il sistema energetico è fortemente interconnesso e l’effetto può arrivare fino alle bollette. “Se la crisi dovesse continuare e soprattutto prolungarsi, è molto probabile che vedremo aumentare anche il costo dell’energia”, avverte Geraci. “Quanto salato sarà il conto, dipenderà dalla capacità di assorbire questo shock energetico, ma il rischio c’è”. Il motivo è legato al funzionamento del mercato europeo dell’energia. “Il prezzo del gas viene quotato in borsa in Olanda e quello del gas influenza direttamente il prezzo dell’energia elettrica. Anche se in Italia il gas non manca negli stoccaggi, se il prezzo cresce sui mercati internazionali automaticamente cresce anche il costo dell’energia visto che utilizziamo il gas per produrla”.
Secondo Claudio Geraci, general manager Sikel Impianti, il vero problema resta la strategia energetica europea. “L’impostazione energetica di una nazione dovrebbe essere affrontata in maniera strutturale e non ideologica”, osserva. “Oggi l’Italia dipende in maniera molto forte dal gas e questo ci rende più vulnerabili alle crisi internazionali”. E conclude con una riflessione sul futuro: “Continuare a escludere il nucleare di nuova generazione, più sicuro e sostenibile rispetto al passato, è una scelta azzardata per un Paese industriale come l’Italia”.