Cavadonna al collasso, l’allarme del Garante: “Non è pena legale, è tortura”
Sovraffollamento ed una serie di criticità che sembrano far si che lo Stato non applichi una “pena legale nel rispetto dei diritti umani, per sconfinare nella sofferenza e nelle tortura psicofisica”. Durissimo il giudizio che il Garante dei Diritti delle Persone detenute o private della libertà personale Giovanni Villari esprime dopo un sopralluogo effettuato nei giorni scorsi nella Casa Circondariale di Cavadonna. “L’istituto siracusano ha ormai ampiamente superato sensibilmente la soglia critica delle 700 presenze -premette Villari- per una capienza regolamentare di 575 unità. Questo sovraffollamento, quando supera determinati livelli, cessa di essere un mero dato numerico e si trasforma nel nodo cruciale che fa pendere l’intero sistema da una parte o dall’altra: da un lato il diritto proprio della persona e lo sconto della pena, dall’altro la mera sofferenza”. Il Garante fa notare che “la combinazione tra l’ondata di caldo estivo e gli evidenti effetti del cambiamento climatico sta generando condizioni di vivibilità insostenibili. L’eccessiva densità antropica all’interno delle sezioni detentive amplifica la percezione della calura, esasperando gli animi e rendendo la convivenza quotidiana un terreno fertile per costanti tensioni. A peggiorare questo scenario si aggiunge una profonda disparità materiale: all’interno delle proprie stanze detentive, infatti, non tutti i ristretti hanno la possibilità di avvalersi di un semplice ventilatore. Questa carenza, all’apparenza minima, preclude a molti la possibilità di trovare un pur parziale sollievo per superare la soglia opprimente della calura notturna e diurna.L’impossibilità di rinfrescare gli ambienti aggrava drammaticamente la sofferenza fisica e psicologica, specialmente nei confronti di quei soggetti che, per avanzata età anagrafica o per patologie pregresse, necessiterebbero di tutele ben diverse per salvaguardare la propria salute”.
Un dato particolarmente allarmante, per Giovanni Villari, è legato all’aspetto igienico-sanitario, con cimici da letto e materassi ricoperti da teli di tnt che non sempre risolvono il problema, visto che il parassita riesce a superare la “barriera”. Ancor peggiore la convivenza forzata con ratti. Villari scrive nella sua relazione di aver constatato personalmente come “nei punti di raccolta interni in cui la spazzatura giornaliera viene lasciata in attesa del recupero, i ratti si avventurino liberamente alla ricerca di cibo. Un fenomeno che sta diventando tristemente ordinario, assodato e sotto gli occhi di chiunque frequenti l’istituto, ma che non può e non deve essere accettato come normale”.
Proseguendo con l’esame della situazione generale all’interno del carcere di Cavadonna emerge l’impossibilità, da mesi, di utilizzare la Casetta dell’acqua, servizio interrotto per la mancanza di manutenzione, probabilmente legato al momento di passaggio di gestione del servizio idrico da Siam ad Aretusacque.
Insufficiente, secondo il Garante, l’assistenza sanitaria. “L’area sanitaria interna vive una situazione persino peggiore di quella del comparto di sicurezza-si legge nella relazione- I pochi medici e infermieri presenti — con una totale assenza di figure amministrative — operano in condizioni quasi eroiche. Il personale tenta di rispondere a un flusso incessante di richieste con strumenti diagnostici e risorse del tutto inadeguati per una comunità di oltre 700 persone.A peggiorare questo scenario già critico si aggiunge un nodo cruciale: la sospensione del servizio di scorta per la traduzione dei detenuti, causata dalla insufficienza di uomini della Polizia Penitenziaria. Senza scorte, è impossibile accompagnare i ristretti alle rare e già insufficienti visite specialistiche o agli interventi chirurgici programmati. Le previsioni per il futuro prossimo non sono rassicuranti: sebbene sia previsto l’arrivo di circa dieci nuovi agenti, tale incremento rimarrà ampiamente insufficiente. Inoltre, senza alcuna ombra di discriminazione ma per pure ragioni di gestione operativa, la situazione resterebbe complessa qualora tra i nuovi arrivi vi fossero delle agenti donna, non impiegabili da sole nelle sezioni maschili”. Tra i problemi più gravi: il blocco delle visite specialistiche, i ritardi della chirurgia programmata, con attese superiori a un anno anche per l’asportazione di cisti dolorose “È indicativo il caso documentato di un detenuto fragile che- dice Villari- per una consulenza urologica urgente, ha dovuto attendere oltre un anno e mezzo, per l’esattezza da febbraio 2024 a dicembre 2025. Durante questo lunghissimo periodo, le acute sofferenze fisiche sono state tamponate esclusivamente dai farmaci somministrati dall’area sanitaria interna”. Carenze importanti, poi, riguardano la gestione delle vulnerabilità psichiatriche. “Casi di gravi patologie psichiatriche- evidenzia il Garante- palesemente incompatibili con il regime detentivo ordinario, restano privi di una presa in carico specialistica adeguata. La gestione quotidiana di questi soggetti critici finisce per gravare impropriamente sui compagni di cella, privi di qualunque competenza medica”. Villari si rivolge alla “politica onesta, ai rappresentanti istituzionali e a tutti gli attori della rete territoriale affinché si mobilitino immediatamente. In questo senso, appare quanto mai urgente e fondamentale la possibilità di investire risorse, anche economiche, a livello provinciale, attivando una sinergia concreta tra la sfera politica e le funzioni amministrative e dirigenziali del territorio. Solo un’azione congiunta e radicata a livello locale può fornire risposte adeguate, tempestive ed efficaci alle gravissime criticità segnalate.
Nel pianificare gli interventi- conclude- le risorse e le strategie risolutive per attuare le necessarie risposte istituzionali, è indispensabile che si tenga conto in via prioritaria degli aspetti evidenziati in questa relazione. Non siamo di fronte a meri nodi burocratici, ma a un profondo fattore umano, oltre che sociale, che non può più essere ignorato o rinviato. Le istituzioni non possono restare inerti di fronte a questa emergenza: la Casa Circondariale di Siracusa, così come pure gli altri istituti del nostro territorio, deve tornare a essere un presidio di recupero e reinserimento, e non una discarica sociale di elementi riprovati con delle evidenti “debolezze” umane”.