Il giallo dei Bronzi, la pista siracusana che punta su Brucoli. “Mio padre vide quelle statue”
C’è una storia che riaffiora dal passato, fatta di ricordi, racconti e suggestioni. Mentre nuovi elementi scientifici diventano tessere di un mosaico che conduce – forse – verso nuove prove, aumentano le testimonianze che paiono suffragare la possibile origine siracusana di quelli che oggi sono noti come Bronzi di Riace. L’ipotesi è nota: sarebbero stati ritrovati nei fondali di Brucoli per poi essere trafugati, fino al ritrovamento (fortuito?) a bassa profondità in quel di Riace.
Tony Fanciullo – figlio dell’apprezzato pittore Iano che fu protagonista di un vivace cenacolo tra gli anni ’60 e ’70 nella baia di Brucoli – parla su FMITALIA di quello che suo padre raccontava. “Era un appassionato della cultura greca. Negli anni ’60 e ’70 frequentava assiduamente la baia di Brucoli: un luogo straordinario, un crogiolo di artisti e idee, una sorta di residenza artistica ante litteram. Ogni giorno arrivavano le barche dei pescatori ed insieme al pesce arrivavano anche i racconti del mare, storie di ritrovamenti, oggetti recuperati dai fondali”, prosegue.
Ed è proprio uno di questi racconti a segnare la memoria familiare. “Io non ho visto direttamente quei bronzi, ma ricordo bene cosa si diceva. Mio padre parlava spesso di un episodio preciso, una telefonata ricevuta da un personaggio noto della zona che lo invitava ad andare subito perché erano arrivate ‘cose importanti’ dal mare”.
Secondo quanto tramandato, alcuni pescatori avrebbero recuperato dai fondali della baia di Brucoli delle statue in bronzo. “Un mio amico li avrebbe anche visti. Anche mia madre conferma questi racconti. In casa se ne parlava eccome di questi bronzi apparsi misteriosamente tra le barche”.
E quell’episodio – il presunto ritrovamento – avrebbe segnato a tal punto Jano Fanciullo da rimanere spesso un richiamo nella sua cifra artistica. “Mio padre realizzò diversi schizzi e dipinti in cui compaiono figure che richiamano molto da vicino i bronzi. In un disegno, in particolare, le statue sono addirittura tre”, dice Tony mostrando il disegno.
Proprio questo dettaglio ha attirato l’attenzione di studiosi e appassionati. “C’è chi ipotizza che una di queste figure possa rappresentare Gelone e le altre due delle sentinelle. Sono suggestioni, certo, ma fanno riflettere”, aggiunge prudente.
A rendere ancora più intrigante la vicenda, l’esistenza – secondo Fanciullo – di possibili tracce fotografiche. “Ricordo che si parlava di fotografie di quel ritrovamento. Si parla di negativi che potrebbero ancora esistere. Sarebbe importante recuperarli…”. Le foto, la prova regina o quasi.
Quella di Brucoli, dunque, resta una pista non confermata ma carica di fascino, nell’ormai ampio dibattito sull’origine e sulla storia dei Bronzi di Riace. Un giallo che chiama in causa persino l’archeomafia mentre
studiosi e ricercatori approfondiscono l’ipotesi.
Già negli anni ’80 l’archeologo americano Ross Holloway aveva ipotizzato una provenienza diversa da quella calabrese. Come ben sa Anselmo Madeddu che, con il suo lavoro appassionato, ha raccolto negli ultimi anni elementi ritenuti significativi, anche sul piano scientifico e con la collaborazione di più università. “Quando ho visto i disegni realizzati decenni addietro da Jano Fanciullo, ho avuto i brividi”, ammette oggi. Perchè? “Perché quella rappresentazione iconografica, con tre figure, due come sentinelle e una centrale, è un’elaborazione moderna, comparsa nei miei studi solo a partire dal 2015. Negli anni ’60 e ’70 nessuno poteva immaginare una scena del genere”.
All’epoca, i Bronzi di Riace erano praticamente sconosciuti. Dopo il ritrovamento del 1972 se ne parlò pochissimo e solo dopo il restauro di Firenze, nel 1981, esplose il caso mediatico. Prima di allora, erano rimasti nell’ombra.
“Nel disegno di Fanciullo, la figura centrale è priva di lancia e di scudo. Può sembrare un dettaglio marginale, ma non lo è affatto: dagli studi sul restauro sappiamo che uno dei bronzi, al momento del recupero, era proprio senza queste parti”. Un elemento che, per Madeddu, assume un valore quasi decisivo. “Solo chi ha visto direttamente le statue nel momento in cui riaffiorarono dai fondali di Brucoli poteva cogliere un dettaglio simile. È impossibile ricostruirlo per intuizione, senza aver osservato i bronzi dal vivo”.
A rafforzare l’ipotesi siracusana contribuiscono anche recenti studi scientifici. “Le concrezioni presenti sulla superficie dei bronzi indicano una lunga permanenza a profondità tra i 70 e i 90 metri, compatibili con i fondali fangosi di Brucoli e non con gli 8 metri di profondità di Riace”, spiega Madeddu. “Questo significa che le statue potrebbero essere rimaste per secoli in un contesto diverso e solo successivamente spostate”.
La forza nuova di questa teoria circa la possibile origine siracusana dei Bronzi, sta nel mosaico di indizi. Si mescolano elementi storici, artistici e scientifici che ora paiono convergere nella stessa direzione.
Resta, ovviamente, l’attesa per eventuali prove definitive. Tra queste, potrebbero esserci anche fotografie d’epoca di cui si parla da tempo. O magari le prossime esplorazioni subacquee curate dalla Soprintendenza del Mare e previste per aprile.
Intanto, tra memoria e ricerca, la pista Brucoli – borgo marinaro di Augusta – continua ad alimentare interrogativi ed a riaccendere il fascino di uno dei più grandi misteri dell’archeologia italiana.