La strage sulle strade,il grido di Deborah Lentini: “Palloncini in chiesa ma guidiamo come fossimo immortali”
“Quando parliamo di un sinistro mortale, parliamo innanzitutto di un dolore indicibile, che non si può raccontare, che accompagna per tutta la vita le famiglie, vittime secondarie”. Deborah Lentini, responsabile per la provincia di Siracusa dell’Associazione Familiari Vittime della Strada commenta l’ennesima tragedia sulle strade del capoluogo usando parole forti, che sono quelle che dovrebbero scuotere le coscienze di chiunque si metta alla guida di un veicolo. E’ la mamma di Stefano Pulvirenti, morto a soli 17 anni mentre a bordo della sua moto percorreva viale Paolo Orsi per andare a scuola, travolto dal conducente di un furgone. Da allora parla ai giovani, ma soprattutto in questo caso parla agli adulti, spesso convinti, mentre percorrono le strade a bordo dei propri veicoli, di essere infallibili, di non aver bisogno di rispettare il Codice della Strada, le regole del buonsenso, di non dover tenere sempre presente che il rispetto per la vita propria e altrui dovrebbe avere sempre la priorità. “Mi chiedo perché stiamo ancora qui a parlarne e perché ogni volta che si verifica l’ennesima tragedia, siamo tutti pronti a liberare palloncini davanti alle chiese, ad addolorarci e poi, passata l’onda emotiva,torniamo a fare le nostre cose, esattamente come prima. Non tutti, perché purtroppo le famiglie rimangono ferme in quell’istante”. Deborah Lentini ricorda che tre sinistri dall’esito fatale in meno di un mese “sono tre persone che non torneranno a casa, persone che hanno familiari che hanno una vita, che hanno degli amori, sparite nel nulla perché per qualcosa che poteva essere evitato. Perché gli scontri stradali possono essere evitati, basta rispettare le norme del Codice della Strada, prestare molta attenzione”. Poi torna a raccontare di Stefano. “Mi è stato strappato in maniera violenta da un uomo- dice- Parlo quindi con cognizione di causa. Quando mi trovo sulle strade di Siracusa sono terrorizzata da quello che vedo e non mi vengano a dire che la colpa è dei ragazzini. E’ vero, ci sono strade in cui corrono, ma sono molto spesso gli adulti, che effettuano sorpassi ignorando la striscia continua, che corrono come pazzi anche alla guida di bus che trasportano persone, che superano in curva e non gliene frega niente di niente. Spesso i più giovani sono vittime”. Deborah Lentini si fa poi ancora più chiara, ancora più dura. “Non rispettare le regole della strada significa andare a finire in ospedale e per chi ha la peggio, in obitorio. Per cosa? Per arrivare tre minuti prima ad un appuntamento perché siamo in ritardo? Pazienza! Partiremo prima o arriveremo dopo, ma dobbiamo tornare a casa. Viale Epipoli, via Elorina, viale Paolo Orsi non sono strade della morte, lo diventano per come guidiamo. Se una strada è poco illuminata, rallento. Non serve a niente dispiacersi quando qualcuno muore sulle strade, pensando “poverini”. L’appello della mamma di Stefano è chiaro. “Chiedo agli adulti di fermarsi a riflettere, a chiedersi se siano realmente dei buoni automobilisti, dove stiano sbagliando, cosa stiano insegnando ai propri figli. Avete idea di cosa significhi morire? Significa rimanere sull’asfalto e non tornare a casa dai propri compagni, dai propri figli, dai propri genitori . E non si può pretendere che le forze dell’ordine predispongano un posto di controllo ogni 50 metri, pur chiedendo certamente una maggiore presenza”. Deborah Lentini pone, poi, una domanda, che è uno sfogo e al contempo un monito:”Ma il valore della vita dov’è finito? Non siamo Dio, moriamo, chiudiamo gli occhi. E’ terrificante. Mi ricordo mio figlio, il momento in cui, accarezzandogli il petto, non c’era rumore, il suo cuore aveva cessato di battere e c’era un silenzio assordante. Ci proviamo ogni volta a dire questo- conclude Deborah Lentini- è dura ma non dobbiamo stancarci di farlo”.