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“Araba Fenice”. Le mani della mafia su Pachino, arrestato il boss Giuliano e altre 18 persone. Anche un poliziotto

Tra i 19 arrestati nell’operazione Araba Fenice spicca il nome di Salvatore Giuliano, ritenuto esponente di spicco dalla mafia pachinese e recentemente finito in altre vicende di cronaca per le minacce di morte al giornalista Paolo Borrometi che ne aveva denunciato attività ed interessi poco chiari. Con lui arrestato stamani anche il figlio Gabriele, 33 anni. Ma coinvolto nel blitz c’è anche Lorenzo Agatino Nunzio Scalisi, assistente capo della Polizia di di Pachino.
Nell’elenco ci sono anche Rosario Agosta (45 anni); Claudio, Giovanni e Giuseppe Aprile; Antonio e Sergio Arangio; Salvatore Bosco, Massimo Caccamo detto “u rossu”, Antonino Cannarella, Salvatore Cannavò detto “Giovanni Cicala”, “u barberi” Giuseppe Crispino, Giuseppe Di Salvo, Vincenzo Gugliotta, Massimiliano Salvatore Salvo, “u marcuottu” Giuseppe Vizzini e Simone Vizzini.
Le indagini svolte dalla Squadra Mobile di Siracusa, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Catania, hanno documentato che da maggio 2015 sino al 2017 tra Pachino e Portopalo era operativa una associazione mafiosa denominata clan Giuliano, capeggiata dal boss Salvatore, che a forza di intimidazioni sarebbe stato in grado di condizionare le attività economiche della zona, traendone indebiti vantaggi. Il catalogo di attività illecite spazia dalle estorsioni, al traffico di sostanze stupefacenti, alla commissione di furti ad abitazioni ed aziende agricole.
L’indagine si è incentrata sulla figura di Salvatore Giuliano e sugli uomini di sua stretta fiducia: Giuseppe Vizzini e i fratelli Giuseppe, Giovanni e Claudio Aprile (tutti gravemente indiziati del reato di associazione di tipo mafioso per la loro appartenenza al clan) e sulla progressiva ascesa del gruppo a vero e proprio sodalizio mafioso in grado di acquisire il monopolio nella produzione e nello smistamento dei prodotti ortofrutticoli coltivati nelle numerose serre presenti in quei territori. Salvatore Giuliano è, infatti, considerato l’indiscusso boss della zona, cui tutti devono rivolgersi per poter svolgere le proprie attività nei territori sotto il suo controllo.
Grazie ai legami vantati con il clan Cappello e al patto di non belligeranza siglato con la consorteria rivale dei Trigila, Giuliano si era quindi assicurato lo spazio operativo per dominare incontrastato nei territori di Pachino.
In questo quadro, nel gennaio 2016, a Pachino viene danneggiamento con incendio, aggravato dall’utilizzo del metodo mafioso, ai danni della Dusty s.r.l., azienda che aveva l’appalto del servizio di igiene urbana nel comune di Pachino.
La principale fonte di guadagno del gruppo era rappresentata dal condizionamento del ricco e fiorente mercato ortofrutticolo. Anche per ottenere questo risultato, il sodalizio mafioso aveva dato vita a un’attività imprenditoriale, “La Fenice s.r.l.” (finita oggi sotto sequestro, ndr), le cui quote sociali risultano formalmente ripartite al 50% tra Gabriele Giuliano, figlio di Salvatore, e Simone Vizzini, figlio di Giuseppe. Nel magazzino di Pachino si tenevano le riunioni e gli incontri con gli esponenti di altri clan.
Come emerso dalle numerose conversazioni registrate nel corso dell’indagine, la titolarità delle quote sociali a Gabriele Giuliano e Simone Vizzini era meramente apparente e finalizzata a lasciare in mano al vero dominus, Salvatore Giuliano, la gestione dell’attività di accaparramento del mercato ortofrutticolo.
Per tale ragione Salvatore Giuliano, il figlio e Simone Vizzini risultano gravemente indiziati di trasferimento fraudolento di valori, aggravato dal fine di agevolare l’associazione mafiosa. La “Fenice” non avrebbe operato secondo le regole del libero mercato, bensì ricorrendo a forme di pressione intimidatoria sugli operatori del settore. Fine ultimo di quella strategia era di costringere i produttori a versare il loro raccolto nei magazzini della “Fenice” in modo da ottenere il pagamento di una somma di denaro come corrispettivo dell’attività di mediazione per la successiva vendita della merce agli operatori della grande distribuzione. Allo stesso modo, anche i commercianti che intendevano acquistare i prodotti coltivati nelle serre di Pachino, per immetterli successivamente nel mercato finale, dovevano trattare con Giuliano e il suo gruppo.
Grazie a questo collaudato meccanismo, gli indagati avrebbero preteso il pagamento di una somma di denaro, la cosiddetta “provvigione”, calcolata in percentuale del raccolto prodotto e ceduto agli operatori della piccola e grande distribuzione, che costituiva il corrispettivo per la presunta attività di mediazione contrattuale svolta tra produttori e commercianti.
Un ruolo decisivo, in questa fase era svolto dai fratelli Giuseppe, Giovanni e Claudio Aprile, ritenuti dagli investigatori il braccio armato di Giuliano. A loro il boss sarebbe stato solito rivolgersi quando era necessario incutere timore e far sentire la pressione del clan agli operatori del settore. In alcuni episodi, che hanno visto come vittime i produttori ortofrutticoli di Noto e Rosolini, sarebbe emersa la concorrente partecipazione di Giuseppe Crispino, referente del “clan” facente capo ad Antonio Trigila.
Ma le attività illecite del sodalizio non si limitavano al condizionamento del mercato ortofrutticolo. La capacità di penetrazione era tale da colpire anche le altre principali attività economiche della zona. Anche il settore dei parcheggi a pagamento, situati a ridosso delle zone balneari, era sotto l’influenza del clan. E in tale settore un ruolo determinante era svolto proprio dai fratelli Aprile.
E’ stata, inoltre, contestata a Salvatore Giuliano e Claudio Aprile l’estorsione perpetrata ai danni del titolare di un lido balneare stagionale, costretto a versare al clan una somma di denaro in cambio di un presunto servizio di “guardianìa” svolto in suo favore.
Secondo quanto emerso nel corso dell’attività, inoltre, i fratelli Claudio, Giuseppe e Giovanni Aprile, avvalendosi della complicità di Rosario Agosta, Vincenzo Gugliotta, Giuseppe Di Salvo, Antonino Cannarella e Sergio Arangio si sarebbero occupati della commissione di furti di macchinari agricoli (trattori e mezzi per la lavorazione della terra) che venivano asportati alle aziende agricole nei territori di Noto, Rosolini e Palazzolo Acreide.
Riconosciuta dagli investigatori pure l’esistenza di un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti composta da Salvatore Cannavò, Massimo Caccamo e Antonio Arangio che, grazie all’avallo ottenuto dal boss, facevano giungere a Pachino ingenti quantitativi di cocaina per immetterli sul mercato.
Infine, ancora Salvatore Giuliano e l’assistente capo della Polizia di Pachino Nunzio Agatino Lorenzo Scalisi sono gravemente indiziati del tentativo di estorsione, aggravato dal metodo mafioso, posto in essere in danno dei proprietari di un’abitazione condotta in locazione dallo stesso poliziotto. In particolare, il boss con tanto di minaccia, consistita nel presentarsi personalmente dietro richiesta e accordo con il poliziotto, aveva prospettato anche larvatamente pericoli per l’incolumità personale o ai beni delle persone offese, al fine di costringerli a non pretendere il corrispettivo di almeno tre canoni di locazione a loro dovuti dallo Scalisi.