L’ultimo saluto a Simon, un carico d’amore tra le navate: “Eri ricchezza di vitalità”
Quasi neanche sembrava un funerale. E no, non è una cosa brutta. Il dolore, la commozione quelle c’erano tutte. Ma nell’ultimo saluto a Simon c’è stata soprattutto quella “ricchezza di vitalità” che in appena sedici anni di vita lui “ha sparso in abbondanza”. Le parole in virgolettato sono di padre Salvo Musso, chiamato a celebrare il triste ufficio. E aiutano a leggere e capire questo carico d’amore che attraversa le navate gremite di una moltitudine di persone, che rimbalza all’esterno dove – in piazza – sono rimasti i tanti che non hanno trovato posto all’interno e che finisce per abbracciare i genitori Pio e Beatrice.
Tutto attorno ci sono i compagni di classe, quelli di scuola anzi delle scuole venute per l’ultimo saluto a Simon. Ci sono gli scout e gli sportivi, amici di sfide e di esperienze tra arrampicate sportive e motocross. Gli striscioni, le scritte, i palloncini all’esterno. Ma è in ogni sguardo, dolce come una carezza, che si riflette quel sorriso guascone di un ragazzino a cui era impossibile non legarsi.
“Tre anni fa, quando eravamo vicini alla Pasqua con gli amici scout, si preparava qui la chiesa…”, racconta a braccio nella sua omelia don Musso. “Avevamo fatto dei lavori e Simon mi espresse un desiderio: sedersi qui, sull’altare. Si è messo al centro, lui amava guardare dall’alto. Arrampicate, costruzioni, torrette, sopraelevate. Sempre dall’alto. Quella volta gli chiesi: come ti sei sentito a guardare dall’alto dell’altare? Eh, si vedono le cose in maniera diversa, la sua risposta”. Pausa. “Ecco, può sembrare una piccola cosa. Ma in quel ‘si vedono le cose in maniera diversa’ ci sta un dono grande di questo nostro fratello Simon. Lui aveva uno sguardo diverso e più profondo in tutto quello che faceva. Uno sguardo accompagnato da un sorriso furbo, monello ma che generava simpatia, empatia, festa”.
Capita allora che ci siano anche gli applausi. In chiesa. All’interno. Per un funerale. Ma questo non era un funerale qualunque, era quello di un ragazzo diventato troppo in fretta – e per i motivi sbagliati – speciale per la sua città. Ora, sarà banale scriverlo: ma lui speciale doveva esserlo per davvero per suggerire parole delicate come petali, parziale balsamo su un dolore che è di tutti.
“Non so se in questo momento tu abbia paura e sei spaventato”, legge al microfono una amica. “Non ho la più pallida idea di dove tu possa essere, ma so per certo che ti stia facendo riconoscere sia per la tua passione irrefrenabile di rompere le scatole a chiunque, sia per la persona immensa che sei”. Singhiozzi ovunque. “Spero tu ti senta meno solo, guardando tutto quello che stiamo facendo, cercando di starti accanto il più possibile. Con il ricordo, non potrai mai essere solo. Anche se si va in cielo”. Singhiozzi al quadrato. “La verità è che non serve attendere la felicità dell’avvenire, bisogna sapere godere della vita ogni istante”. E’ la celebre frase di Robert Baden-Powell, il fondatore del movimento scout. Come dire che il saggio non aspetta un futuro ipotetico per essere felice, ma ha il potere di costruirlo nel presente. Un presente che, per Simon, ora è Infinito.
Non appena il feretro bianco si affaccia sulla piazza, viene accolto da un rombo di moto. La sua, da cross, blu. Ne era orgoglioso. Quel rombo isolato diventa un coro. Rombano potenti due ruote, arrivate anche loro per salutare Simon. Gli applausi. Tutto fuorchè silenzio composto, in questo funerale che non sembra un funerale. Oggi Siracusa piange uno dei suoi ragazzi, ma lo fa onorando tutta la bellezza della vita che Simon ha saputo regalare.