Parco nazionale degli Iblei: cos’è, quanto è grande e perché divide da sempre il territorio

Il Parco nazionale degli Iblei è uno dei più importanti progetti di tutela ambientale in Italia e, allo stesso tempo, uno dei più discussi. Un’idea nata oltre vent’anni fa e oggi arrivata ad un passaggio decisivo dopo una lunga fase di stallo amministrativo e istituzionale.
Si tratta di un’area protetta destinata a interessare una vasta porzione della Sicilia sud-orientale, con l’obiettivo di preservare uno dei paesaggi più ricchi di biodiversità, storia e cultura del Mediterraneo. L’istituzione del Parco nazionale degli Iblei risale alla legge 222 del 29 novembre 2007, che prevedeva la creazione di quattro nuovi parchi nazionali in Sicilia. Tra questi, oltre a Egadi, Eolie e Pantelleria (già realizzati), rientrava anche il progetto degli Iblei.
L’iter, però, si è arenato per anni tra passaggi istituzionali, perimetrazioni tecniche e confronti tra Stato e Regione Siciliana. Solo negli ultimi mesi il percorso ha ripreso forza, fino alla recente decisione del Tar che ha imposto al Ministero di procedere con gli atti conclusivi entro 180 giorni, sbloccando di fatto una vicenda rimasta sospesa per quasi due decenni.
Il futuro Parco nazionale si estenderebbe per circa 146.735 ettari, pari a circa 1.470 km², rendendolo una delle più grandi aree protette di nuova istituzione in Italia, oltre ad essere uno dei principali parchi nazionali del Sud Europa per estensione. Si sviluppa attraverso le province di Ragusa, Catania e soprattutto Siracusa: circa due terzi dell’intera superficie ricadrebbero nel territorio aretuseo, con una forte concentrazione nell’entroterra ibleo. Vi rientrano la valle dell’Anapo e Pantalica; l’altopiano ibleo tra Sortino, Ferla, Cassaro e Palazzolo Acreide; le aree boschive e collinari di Buccheri e Buscemi; il sistema delle cave e dei canyon iblei; parte del territorio rurale tra Noto, Avola, Rosolini e il margine interno dell’area sud-orientale. Nella volontà degli ideatori, il Parco disegna una grande “spina verde” che attraversa l’entroterra siracusano, collegando aree naturalistiche, siti archeologici e sistemi agricoli tradizionali.
Alla base del Parco nazionale degli Iblei c’è la volontà di unire tutela ambientale, valorizzazione culturale e sviluppo sostenibile.
Secondo i sostenitori, il Parco potrebbe diventare un grande laboratorio di sviluppo sostenibile, capace di integrare agricoltura di qualità, turismo e ricerca scientifica. E questo attraverso meccanismi di protezione della biodiversità e degli ecosistemi mediterranei; di salvaguardia del patrimonio geologico, archeologico e paesaggistico; promozione del turismo lento e naturalistico; sostegno alle economie locali compatibili con l’ambiente; gestione unitaria delle aree protette già esistenti.
La nascita del Parco è stata accompagnata da un acceso dibattito, spesso semplificato nello scontro tra due visioni contrapposte. Le associazioni ambientaliste sostengono il progetto evidenziando come una maggiore tutela equivalga a prevenzione del degrado anche grazie allo sviluppo di ecoturismo ed una gestione coordinata delle risorse naturali.
Dall’altra parte, parte del mondo venatorio e alcune categorie economiche hanno espresso per anni timori legati alle restrizioni, ai vincoli sull’uso dei terreni agricoli, limitazioni urbanistiche e burocratiche ed infine l’impatto su imprese locali e attività tradizionale già presenti. In particolare, viene spesso sollevata la paura che il Parco possa introdurre regole più rigide nella gestione del territorio rurale.
Oggi, con il nuovo impulso istituzionale, la partita sembra avviata verso una fase decisiva. Resta da capire come verrà definito concretamente il modello di gestione di un’area così grande e quale sarà il punto di incontro tra tutela ambientale e uso del territorio.