Siracusa, la Serie C è una maledizione. Perché è così difficile restare in terza serie?

Siracusa è la quarta città della Sicilia. E’ un capoluogo con storia, una identità forte, un bacino d’utenza importante e – tutto sommato – una tradizione calcistica che affonda le radici nel Novecento. Eppure, ogni volta che quella maglia azzurra riesce faticosamente a riaffacciarsi in Serie C, il copione sembra già scritto. Prima l’entusiasmo, poi sogni di consolidamento, seguiti dalle prime difficoltà economiche che diventano tensioni societarie, per sfociare in penalizzazioni fino – nei casi peggiori – al fallimento.
Se questa è la (triste) storia di ogni volta, evidentemente non è solo sfortuna. Eppure a Siracusa il calcio è identità e passione. L’orgoglio aretuseo è forte, la memoria delle stagioni importanti è viva. I tifosi rispondono: 1.800 abbonanti e una media di circa tremila spettatori. Per loro la Serie C è “il posto che ci spetta”. E allora la domanda nasce spontanea: perché per la quarta città siciliana è così complicato mantenere una squadra in pianta stabile in terza serie nazionale?
Per rispondere, iniziamo col dire che la Serie C è oggi uno dei campionati più complessi del panorama italiano. Costi elevati, trasferte lunghe, monte ingaggi pesante, infrastrutture da adeguare, contributi federali non sempre sufficienti. Nonostante un forte tessuto industriale, nessun grande gruppo si è mai mostrato realmente interessato alla squadra di calcio cittadina. Sponsorizzazioni, certo. Importanti, ovvio. Ma non quanto lo sarebbe un coinvolgimento diretto. Finisce così, allora, che il Siracusa sia squadra fondata su investitori singoli, presidenti “mecenati” che ad un certo punto hanno dovuto affrontare perdite importanti, senza un piano societario solido. E quando le risorse del singolo vengono meno, il castello crolla.
C’è poi il tema impianti. Uno stadio funzionale, moderno, capace di generare ricavi (ospitalità, eventi, servizi) può fare la differenza nel calcio contemporaneo. Senza un progetto strutturale condiviso tra società e istituzioni, però, è difficile creare un sistema virtuoso.
A Siracusa poi, come in molte realtà del Sud, la squadra spesso cammina da sola. Manca una visione integrata che metta insieme settore giovanile, marketing territoriale, coinvolgimento delle imprese locali, progettualità a lungo termine. E però la Serie C non è più solo “campo e pallone”. Chiede organizzazione, sostenibilità, pianificazione triennale. E su questo terreno, il Siracusa ha spesso pagato un gap.
D’accordo, non è un problema solo aretuseo. Molte piazze del Sud vivono la stessa instabilità. Minori entrate da sponsor, minore presenza di grandi gruppi imprenditoriali, minore capacità di attrarre investitori esterni. In questo contesto, una stagione sbagliata o una gestione poco accorta possono avere effetti devastanti. Ma a Siracusa la ciclicità delle crisi è diventata quasi una costante storica. Questo causa una mancanza di stabilità nel tempo che impedisce la costruzione di una cultura gestionale solida. Invece di crescere per gradi, pertanto, Siracusa si ritrova periodicamente a dover ricostruire tutto da zero. Una continua ripartenza, in cui – appunto – nulla si consolida.
Le aspettative (elevate) della tifoseria, solleticate da generose promesse dei presidenti di turno, si scontrano inevitabilmente con le fragilità economiche, carenze strutturali e una qual certa difficoltà nel trasformare l’entusiasmo in progetto sostenibile. Che poi, purtroppo, è la triste attualità di oggi.