Un nuovo mosaico scoperto nella Villa del Tellaro grazie all’archeologia digitale

Dallo scavo tradizionale all’intelligenza artificiale, passando per rilievi geofisici e modelli tridimensionali. L’archeologia parla sempre più il linguaggio della tecnologia e i risultati ottenuti al termine dell’ultima campagna alla Villa del Tellaro di Noto ne sono una dimostrazione concreta. A raccontarlo è il professore Davide Tanasi, dell’Università della South Florida di Tampa, che ha diretto il progetto di archeologia digitale e gli scavi insieme all’archeologa Rita Lanteri.
L’approccio adottato dal team ha affiancato ai metodi tradizionali strumenti innovativi di remote sensing e prospezione geofisica, consentendo agli archeologi di “vedere” il sottosuolo prima ancora di iniziare gli scavi. “Abbiamo utilizzato tecnologie innovative non soltanto per documentare il sito prima dell’intervento di scavo, ma anche per realizzare modelli tridimensionali delle strutture che, man mano, venivano portate alla luce», spiega Tanasi.
Un passaggio fondamentale, sottolinea il docente, perché l’archeologia è per sua natura una disciplina irreversibile. “Lo scavo è un processo di ricerca distruttivo. Per questo è essenziale documentare con ogni strumento disponibile tutto ciò che viene rimosso dagli archeologi per raggiungere i livelli più profondi, quelli che custodiscono i reperti più significativi”.
L’emozione più grande della campagna di ricerca è arrivata con una scoperta che pochi ormai ritenevano possibile, il rinvenimento di un nuovo mosaico pavimentale nella Villa del Tellaro. “La Villa è celebre per gli straordinari mosaici scoperti negli anni Settanta. Nei decenni successivi non erano emersi altri pavimenti musivi e si pensava che il sito non avesse più nulla da offrire sotto questo aspetto”, racconta Tanasi. Invece, all’interno di un ambiente di appena quattro metri per quattro, gli archeologi hanno individuato un mosaico geometrico policromo, realizzato con quattro colori diversi. Ampie porzioni sono state recuperate e consentono già oggi una ricostruzione pressoché completa dell’opera.
Anche in questa fase la tecnologia ha svolto un ruolo decisivo. Il mosaico è stato infatti mappato digitalmente e analizzato con strumenti di intelligenza artificiale che hanno elaborato una prima ipotesi del disegno originario. “Le simulazioni ottenute con l’intelligenza artificiale saranno messe a disposizione dei restauratori e costituiranno un importante supporto per la ricostruzione materiale del mosaico”, spiega il docente.
Il progetto guarda già al futuro. La collaborazione tra l’Università della South Florida e la Sicilia proseguirà anche il prossimo anno. “Sono certo che gli studenti americani che hanno partecipato a questa campagna torneranno e che se ne aggiungeranno molti altri”, assicura Tanasi.
Segno che il patrimonio archeologico del Siracusano continua ad attrarre studiosi da tutto il mondo e che l’incontro tra ricerca scientifica, nuove tecnologie e valorizzazione del territorio può ancora riservare scoperte capaci di sorprendere anche gli archeologi più esperti.