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Esso ed Isab/Lukoil: cosa succederà dopo la mossa della Procura? Tutti gli scenari possibili

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E adesso tutti gli occhi sono puntati sulla zona industriale. Dopo la mossa della Procura, sindacato, politica e società civile si interrogano – da diversi punti di vista – su cosa succederà da ora in avanti.
Innanzitutto bisogna distinguere le posizioni dei due colossi, Isab/Lukoil ed Esso. Il primo dovrebbe accettare il cronoprogramma imposto dai giudici siracusani. Questo perchè appena due mesi fà, al tavolo ministeriale delle Aia, aveva tracciato un percorso di adeguamento alle migliori tecnologie disponibili per la riduzione di emissioni molto simile a quanto ora prescritto. Si tratterebbe, in sostanza, di accelerare un percorso che era già parzialmente in atto. Avrebbe dovuto concludersi nel 2020 ma ora, sotto la spinta della Procura, potrebbe subire una decisa accelerazione.
Per Esso, invece, si tratterebbe di cominciare da zero o quasi visto che il procedimento per il rinnovo delle Aia era ancora in fase istruttoria. Insomma, per quest’ultima la strada pare essere in salita. Non a caso, nella nota diffusa subito dopo il sequestro preventivo, Esso si è riservata ogni risposta dopo uno studio attento del provvedimento notificato dalla magistratura.
Se dovessero dire “no” alle imposizioni di riduzione delle emissioni, rischiano la chiusura. Ma una simile scelta, a detta di alcuni esperti, avrebbe un costo per le aziende anche maggiore rispetto al massiccio adeguamento degli impianti. E questo perchè chiudere non significherebbe mettere un lucchetto ai cancelli e smobilitare: è fatto obbligo alle aziende, in quel caso, di bonificare i territori a loro spese. Decine e decine di milioni di euro da investire.
E qui si inserisce, allora, un’altra domanda. Quanto potrebbe costare ad Isab/Lukoil e ad Esso rispettare il cronoprogramma e le misure impartite dalla Procura? Difficile una previsione esatta, non meno di dieci milioni di euro per impianto. Per avere una cifra più precisa bisognerà attendere gli eventuali studi di fattibilità. All’interno di impianti a rilevante rischio, come le industrie, la sicurezza è sempre favorita su altre esigenze. Questo cosa significa? Che se dovesse emergere, ad esempio, che realizzare la copertura di una vasca potrebbe aggravare il rischio incidente (ad esempio: una eventuale deflagrazione potrebbe scagliare la copertura in pieno centro abitato), quella misura non sarebbe applicabile nell’impianto. Esistono degli studi, chiamati in sigla Nar (Non Aggravio di Rischio) che servono proprio a verificare simili ipotesi.
Ipotizziamo adesso due scenari. Il primo: le due aziende accolgono le prescrizioni. In dodici mesi dovranno adeguarsi. Per alcune misure sarà necessario studiare una non prevista fermata degli impianti. Dipendenti tutelati e boccata di ossigeno per l’economia locale attraverso la chiamata a lavoro di diverse ditte dell’indotto, per le relative manovre. In realtà, le aziende potrebbe anche chiedere alla Procura di concedere loro il tempo di arrivare sino alla prossima fermata programmata (2018 o 2020). Non ci sono precedenti ma la posizione della Procura è già piuttosto chiara con l’imposizione di un cronoprogramma in 12 mesi.
Il secondo scenario è quello negativo. Se le aziende dicessero no, scatterebbe più o meno automatica la chiusura. E quindi le attività di bonifica, che però costerebbero decisamente di più. Senza la risoluzione delle passività ambientali non potrebbero lasciare il territorio. E poi ci sarebbe da considerare il dramma sociale che si creerebbe con la cancellazione di 1.600 posti di lavoro, più l’indotto.

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