Una villa borghese in cui irrompe la fragilità umana: Alcesti intensa e spiazzante
Con un lungo applauso finale, tutti in piedi, Alcesti di Euripide ha inaugurato questa sera al Teatro Greco di Siracusa la 61.a stagione di spettacoli classici della Fondazione Inda. Filippo Dini firma una regia che sceglie di spogliare di ogni aura sacrale il racconto, trascinando invece la tragedia dentro una contemporaneità quasi feroce.
La scena ideata da Gregorio Zurla è, infatti, quella di una ricca villa borghese. Ci sono attrezzi ginnici disseminati nello spazio, una piscina che riflette luci e inquietudini, il letto nuziale al centro come simbolo di un’intimità ormai condannata. È una casa del benessere e dell’apparenza, dove la morte irrompe improvvisa incrinando il privilegio e smascherando la fragilità umana.
Deniz Ozdogan è un’Alcesti vibrante, mai retorica. “La migliore di tutte le donne”, come la definisce Euripide, prende forma in un personaggio che affronta il sacrificio con lucidità quasi spaventosa. Nei suoi gesti, come nelle sue parole d’addio, convivono dolcezza e terrore, amore assoluto e consapevolezza dell’orrore verso cui sta andando incontro. Ogni movimento dell’attrice sembra scavare dentro il dolore di una donna che sceglie di morire non per sottomissione, ma per convinta e radicale fedeltà verso un sentimento che supera la stessa sopravvivenza.
Accanto a lei, Aldo Ottobrino dà corpo ad un Admeto tormentato, incapace di sottrarsi al peso morale della propria salvezza. Il suo è un progressivo sprofondare nella colpa. L’uomo salvato dal sacrificio altrui si scopre incapace davvero di pagarne il prezzo. Ottobrino accompagna il personaggio in una drammaticità crescente, fatta di esitazioni, rabbia e improvvisi vuoti emotivi.
Porta energia e movimento Denis Fasolo, nel ruolo di Eracle. Il suo ingresso rompe la tensione tragica con una presenza più istintiva, regalando brio ai dialoghi ed all’azione scenica. Ed è proprio in questi cambi improvvisi di tono che Filippo Dini inserisce un curioso elemento nel suo allestimento, inventando un gioco di linguaggi che sorprende con il ricorso, divertito, anche ai dialetti. In fondo Alcesti é anche dramma satiresco, insolita tragedia dal lieto fine.
A proposito di Filippo Dini, si ritaglia anche un ruolo in scena: è Ferete, in un gelido e doloroso confronto con il figlio Admeto. Uo scontro che diventa presto resa dei conti tra generazioni, accuse reciproche e vigliaccherie umane.
Citazione a parte per Paolo Fresu. Dal vivo a Siracusa per questa “prima”, con la sua tromba attraversa e amplifica la scena. Le note sospese, prolungate e malinconiche aggiungono uno spessore sonoro che quasi rende il dolore palpabile.
E intanto si consuma il viaggio di Alcesti verso la morte e ritorno, in una persistente sensazione di inquietudine in questa tragedia che Filippo Dini costruisce viva, nervosa ed a tratti persino spiazzante.














