Parco degli Iblei, Marco Mastriani: “Vi spiego perché va istituito adesso e così com’è”
Marco Mastriani è una figura da anni impegnata sui temi della tutela ambientale e delle aree protette in Sicilia. È coordinatore regionale di Federparchi Sicilia, nonché vicepresidente del Consorzio dell’Area Marina Protetta del Plemmirio e consigliere regionale dell’Ente Fauna Siciliana. Nel 2026 è stato inoltre nominato ambasciatore del Patto climatico europeo dalla Direzione generale per il Clima della Commissione europea.
La sua è una delle voci che da più tempo sostengono l’istituzione del Parco nazionale degli Iblei. L’impegno di Mastriani, insieme a quello dell’Ente Fauna Siciliana e di altre associazioni, risale al percorso avviato nel 2004, che portò alla costituzione del Comitato promotore e quindi all’approvazione della legge nazionale n. 222 del 29 novembre 2007, istitutiva del Parco.
Lo scorso 9 giugno il Tar Sicilia ha accolto il ricorso presentato da Ente Fauna Siciliana. La Regione non ha presentato ricorso al Cga. È un segnale di apertura verso l’istituzione del Parco nazionale degli Iblei per come perimetrato?
«Noi abbiamo lanciato un appello subito dopo la sentenza, chiedendo alla Regione di non presentare ricorso. Un’eventuale impugnazione sarebbe stata, a tutti gli effetti, un’opposizione all’istituzione del Parco nazionale degli Iblei e sarebbe stato un brutto segnale politico. Per questo ringraziamo il presidente della Regione e l’assessore regionale al Territorio e Ambiente, l’onorevole Giusi Savarino, per non aver presentato ricorso. Peraltro, leggendo attentamente la sentenza e i ricorsi, gli avvocati esperti e in particolare lo studio Giuliano, che ringrazio ancora per il lavoro svolto, ci hanno spiegato che erano molto pochi, quasi nulli, gli spazi tecnici per un’ulteriore impugnazione. La sentenza era stata preparata e motivata in maniera molto puntuale».
Oggi si è riunita sul tema la Commissione Ambiente e Territorio dell’Ars. FederParchi è stata invitata?
«Assolutamente no. Sono stati invitati soltanto i sindaci. È una riunione voluta dalla Quarta Commissione Ambiente che, sinceramente, ci sfugge. Abbiamo letto gli interventi e le dichiarazioni di questi giorni, ma credo che ancora una volta non si sia entrati fino in fondo nel merito della questione. I 180 giorni previsti per l’intesa scadranno il 9 dicembre. Se entro quella data la Regione Siciliana non chiuderà l’intesa, la sentenza del Tar prevede il coinvolgimento del commissario, individuato nel direttore generale del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica. Credo allora che sarebbe molto più intelligente utilizzare questi mesi per discutere concretamente del Parco, capire come migliorare eventualmente la bozza di regolamento inviata dal Ministero dell’Ambiente, affrontare le questioni sulle quali esistono perplessità e discuterne nel merito. Invece leggo di nuove ipotesi di riperimetrazione».
Quindi FederParchi è disponibile a una riperimetrazione?
«No, per nulla. Siamo sempre stati contrari a una riperimetrazione. La proposta è il risultato di un lavoro scientifico svolto dal Comitato promotore del Parco nazionale degli Iblei e sostenuto dalle associazioni, compresa FederParchi. Parliamo di circa 145 mila ettari e 27 comuni. Su questa proposta esistono motivazioni scientifiche precise e l’Ispra, che è l’istituto tecnico del Ministero dell’Ambiente, ha espresso parere favorevole. Chi propone qualcosa di diverso deve quindi spiegare perché un’area con determinate valenze ambientali dovrebbe essere tutelata e un’altra no».
C’è però chi sostiene che 145 mila ettari siano troppi. Il Parco non è troppo grande?
«Io dico di no. I confini di un’area protetta non possono essere stabiliti sulla base del sentore di un amministratore o di un libero cittadino. I parchi nazionali nascono per tutelare ambienti naturali. Se esistono valenze scientifiche, queste devono essere considerate. E Ispra non è un organismo qualsiasi: è l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, ha competenze specifiche anche sulla fauna selvatica e ha espresso un parere favorevole. La proposta comprende il crinale più settentrionale degli Iblei, con i comuni del Catanese, arriva ai sei comuni del Ragusano e comprende 18 dei 21 comuni del Siracusano, naturalmente per porzioni di territorio».
Ma concretamente cosa comporterebbe vivere e lavorare all’interno del Parco? È uno degli aspetti che alimenta maggiori timori.
«Intanto bisogna fugare alcune falsità. I centri abitati e i borghi storici, nella proposta istitutiva, ricadono in zona 3. In zona 3 vigono i piani regolatori generali dei Comuni di riferimento. Quindi ciò che già esiste rimane e non ci sono quelle grandi limitazioni che qualcuno paventa. La zona 1 è quella con il livello massimo di tutela e comprende aree che già oggi sono sottoposte a specifiche forme di protezione, come riserve naturali, siti Natura 2000 e altre aree tutelate. La discussione più ampia riguarda la zona 2. Qui l’attività venatoria è vietata, ma è falso dire che vengono vietati gli abbattimenti selettivi. Se esiste un problema di sovrappopolazione di una specie, il Parco può prevedere e autorizzare interventi di controllo nell’ambito del piano del Parco».
E per agricoltori e allevatori? Ci sono timori per le aziende.
«Posso comprendere i timori della popolazione e delle imprese, ma invito tutti a leggere la legge 394 del 1991, che è la legge quadro sulle aree protette, e la bozza di regolamento del Parco pubblicata sul portale dell’ex Provincia regionale di Siracusa, oggi Libero Consorzio. È falso che le aziende agricole vengano bloccate. È falso anche che gli allevatori saranno obbligati ad allevare esclusivamente specie autoctone. L’allevatore rimane libero di scegliere cosa allevare. C’è semmai la possibilità di incentivare le produzioni locali. Se un allevatore sceglie una razza autoctona, il Parco può prevedere incentivi e sostegni. Non è un obbligo, è un’opportunità. Anche la storia secondo cui verrebbe imposto un numero massimo di capi non trova riscontro nella proposta».
E i fuochi d’artificio durante le feste patronali?
«È un’altra informazione falsa. Un comune, un centro abitato o un centro storico ricadono in zona 3 e le attività tradizionali vengono tutelate. Un Parco nazionale non serve soltanto a proteggere gli ambienti naturali, ma anche le tradizioni locali e le testimonianze etno-antropologiche. Naturalmente se si vuole utilizzare materiale pirotecnico in una zona di massima tutela, come può essere Cavagrande del Cassibile, il discorso cambia. Ma è evidente che una zona A abbia regole più restrittive».
Qual è allora il valore aggiunto del Parco nazionale degli Iblei? Perché farlo adesso?
«Perché siamo già in ritardo di vent’anni. La legge nazionale che ha previsto il Parco è del novembre 2007. Se non ci fosse stato quello che io considero un ostruzionismo politico, il Parco avrebbe potuto essere istituito molto prima. In Italia all’interno dei parchi nazionali ricadono 502 comuni e non esiste un esempio di un comune che, una volta entrato in un Parco nazionale, abbia chiesto di uscirne. Accade spesso il contrario: quando ci sono motivazioni ambientali, altri comuni chiedono di entrare. Abbiamo perso vent’anni non soltanto in termini di tutela, ma anche nella possibilità di costruire un modello di sviluppo compatibile con l’ambiente, dall’ecoturismo alle produzioni agroalimentari».
Quale esempio possiamo guardare per capire cosa potrebbe accadere?
«Pantelleria è un esempio significativo. È un centro piccolo, ma il Parco nazionale ha contribuito a costruire un modello di sviluppo legato al territorio. In questi anni non abbiamo assistito a una fuga dalla realtà locale; al contrario, ci sono state esperienze di crescita delle produzioni agricole e dell’agroalimentare, con una valorizzazione delle eccellenze. Il punto è che un Parco serve ad avere una strategia unica di tutela, promozione e governance. Noi siciliani siamo spesso prigionieri dei campanili. Dobbiamo invece riuscire a fare squadra e avere un obiettivo comune».
Come funzionerebbe la gestione del Parco, una volta istituito?
«Dopo la firma del decreto istitutivo da parte del presidente della Repubblica, in una prima fase verranno nominati dei commissari dal Ministero dell’Ambiente, con il compito di avviare la macchina amministrativa e organizzativa. Verrà istituito l’Ente Parco, che sarà il soggetto chiamato ad attuare le norme di tutela. Successivamente dovrà essere definita anche la pianta organica e saranno necessari bandi e concorsi per consentire all’ente di funzionare. Non significa che nel frattempo si bloccheranno le autorizzazioni o le attività amministrative. Guardando a quanto è avvenuto in altri parchi nazionali, nella fase transitoria ci sarà una collaborazione tra Ministero e Regione Siciliana. La Regione non è un soggetto esterno: farà parte della governance, come prevede la legge 394 del 1991».
C’è un messaggio che vuole mandare a chi si professa contrario al Parco degli Iblei?
«Chi è contrario al Parco dovrebbe avere il coraggio di dirlo. Posso non condividere la contrarietà ma la rispetto, perché siamo in democrazia e ognuno può avere la propria opinione. Quello che mi dà fastidio è l’ipocrisia. Sentiamo spesso dire: “Non siamo contro il Parco, siamo contro questo modello di Parco”. Ma il modello è quello previsto dalla legge 394 del 1991 e se ne discute da vent’anni. Inoltre non è vero che il procedimento sia andato avanti d’ufficio senza confronto. Basta andare sul portale del Libero Consorzio e verificare quante riunioni sono state fatte, quanti appelli sono stati lanciati e quante comunicazioni sono state inviate ai Comuni chiedendo eventuali proposte sulla zonazione e sulla bozza di regolamento. Abbiamo fatto decine di incontri e viaggi nelle province di Siracusa, Ragusa, Catania e Palermo. Prima o poi questo procedimento deve arrivare a conclusione».
Lei quindi non comprende le resistenze?
«Le comprendo benissimo. Ormai sono diventato un esperto delle resistenze. Quello che non condivido è l’ipocrisia. Preferirei che qualcuno dicesse chiaramente: siamo contrari perché non vogliamo le aree protette, perché riteniamo che questo territorio non abbia bisogno di questo livello di tutela o perché non crediamo nel turismo sostenibile. Abbiamo invece esempi concreti. Pensiamo a Vendicari. Negli anni Settanta e Ottanta ci furono battaglie anche sull’ipotesi di insediamenti industriali e turistici. Poi nel 1984 nacque la riserva. Oggi Vendicari registra centinaia di migliaia di visitatori ogni anno e intorno alla riserva si è sviluppato un importante indotto turistico ed economico. Il nostro obiettivo dovrebbe essere capitalizzare questi risultati. Abbiamo un patrimonio naturale, un capitale che può diventare una risorsa anche economica, ma ricordando sempre che prima viene la tutela dell’ambiente. La presenza dell’uomo è possibile, ma deve essere consapevole».
Quindi tutela ambientale e sviluppo economico non devono necessariamente essere messi sullo stesso piano?
«La tutela è la missione prioritaria delle aree protette. Non dobbiamo pensare che ogni volta occorra trovare un equilibrio fra sviluppo economico e tutela ambientale, sacrificando quest’ultima. Prima viene la salvaguardia degli ambienti naturali. Poi, su questa base, si costruiscono attività compatibili e sostenibili».
Lei è anche vicepresidente dell’Area marina protetta del Plemmirio. Possiamo considerarla un esempio di questo modello?
«Assolutamente. In questi anni l’Area marina protetta del Plemmirio è stata coinvolta anche in studi sul clima con diverse università europee e in progetti internazionali. Tra questi c’è GoinAPMed, promosso da Arpa Sicilia, che ha coinvolto diverse aree marine protette come casi studio e partner, mettendo a confronto tutela ambientale e sviluppo ecosostenibile delle comunità locali. L’obiettivo è anche creare una rete tra le sette aree marine protette siciliane e quelle della Tunisia, che rappresentano importanti presìdi di biodiversità nel Mediterraneo. Anche qui, vent’anni fa, quando si iniziava a parlare di area marina protetta, c’erano allarmismo, proteste dei pescatori e timori che tutto sarebbe stato bloccato. Oggi non è così».
Cosa è cambiato?
«Oggi abbiamo un mare che si è ripopolato. Basta fare snorkeling o immersioni per rendersi conto dell’aumento della fauna ittica. In zona A le attività sono consentite previa autorizzazione e attraverso i diving autorizzati, mentre in zona B e C la fruizione è libera secondo le regole previste. Anche i pescatori autorizzati possono svolgere la loro attività e diventano spesso i primi segnalatori di eventuali infrazioni o di pesca abusiva. Ecco perché dico che il ruolo della politica dovrebbe essere quello di guardare oltre e superare le paure. La Sicilia è stata antesignana: Ustica è stata la prima area marina protetta d’Italia. Oggi dobbiamo avere uno sguardo ancora più ampio, verso il Mediterraneo e i Paesi con cui condividiamo questo patrimonio».












