Claudio Fava su FMITALIA: “Santapaola, quotidianità del male senza nessuna epica”
Nel giorno in cui campeggia sulle prime pagine dei giornali la notizia della morte di Nitto Santapaola, Claudio Fava è a Siracusa. E’ il regista de La Firma, in scena questa sera e domani al teatro Massimo di Ortigia. La pièce è tratta dal suo libro Non ti fidare. “Dobbiamo abituarci a considerare il male come una prossimità alla nostra vita e quindi saperlo riconoscere. Penso alle storie di cosa nostra, penso alle cronache di mafia, penso al modo in cui abbiamo visto sfilare spesso sulla ribalta dei processi capi mafia che si portavano sulle spalle orrori indicibili e che recitavano la loro parte come se davvero volessero presentarsi come i vicini di casa nella loro inoffensiva normalità. Certo è un abito difensivo, è un modo per fuggire dal giudizio degli uomini e della storia, ma alla fine è anche un modo a quale ti adatti”, dice intervenendo in diretta su FMITALIA.
“Nitto Santapaola è morto ieri, per 33 anni ha taciuto. Immaginare che per 33 anni un uomo al 41 bis riesca a portarsi dentro e addosso il peso di quello che ha fatto senza mai un cedimento emotivo, una scalfitura, un bisogno di condividere, ti fa anche capire come questa condizione del male sia diventata una dimensione di assoluta quotidianità per taluni. Di questo dobbiamo farci carico – dice ancora Claudio Fava – perché non possiamo continuare a immaginare il male con una sua dimensione tragica ed epica, shakespeariana. Il male non è Macbeth o Riccardo III. I mali sono quelli come Santapaola che quando era un libero cittadino, nonostante fosse già un capomafia, frequentava i migliori salotti e veniva considerato un garbato commensale per le migliori cene”, accusa il giornalista e scrittore.
Sui social, Claudio Fava amplia il suo pensiero. “S’è portato dietro e dentro i suoi segreti, i nomi e cognomi degli innominabili protettori, le monete che gli vennero pagate in libbre di carne umana per metterlo in cima al trono”. E ancora: “Di quel sistema di potere, perfetto ed osceno, che ha governato Catania per vent’anni, Santapaola è stato il silenziosissimo sacerdote. Tra i suoi beneficiari, c’era tutta la città che contava e che comandava. Prefetti, giornalisti, procuratori, commissari, colonnelli, editori. La memoria di quegli anni felici e impuniti, di quegli accordi miserabili, Santapaola se l’è trascinata dietro nei suoi trentatrè anni di carcere, e adesso nella tomba. Avrà vissuto quel suo silenzio come un segno di virilità, il punto d’onore di chi non parla, non dice, non ammette. Non c’è stato onore né virilità in questo silenzio: solo una lunga, mesta fuga dai suoi
fantasmi”.
Aveva 87 anni Santapaolo. Ed era stato condannato per diversi omicidi tra cui quello di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Giuseppe Fava, il papà di Claudio. “Quando lo vidi arrestato, non sentiì nulla. Né odio, né rabbia e nemmeno pietà. Avevo il cuore arido, bianco, spento. Me ne vergognai, perfino. E non ne parlai con nessuno: mi sentivo in colpa per non aver sentito bollire dentro di me alcuna collera”, racconta oggi Claudio. “Pensai che ero fatto male, dentro. Che bisogna imparare ad odiare. Invece, niente: un signore in manette, il cellulare della polizia, titoli di coda. Me lo ritrovai davanti dopo più di vent’anni, a Opera. Con la Commissione antimafia stavamo completando un giro delle carceri di massima sicurezza, volevamo garanzie sul decoro di quella detenzione al 41 bis, spesso e a ragione considerata non umana. Non sapevamo nemmeno i nomi dei detenuti, non era quello lo scopo della visita. Così, passando davanti ad una cella aperta, lo vidi. Lui mi riconobbe. Si avvicinò alla grata che ci divideva trascinando i piedi, e io lo aspettai. Allontanarmi sarebbe stato un atto di viltà e al tempo stesso una mancanza di riguardo umano verso quell’ergastolano. Non dissi nulla, parlò lui. Mi disse che era innocente, che avrebbe stretto la mano di mio padre quando si sarebbero ritrovati lassù. Non lo interruppi, non gli chiesi nulla, non lo accusai di nulla: ascoltai, e basta. Mi sembrò solo una recita triste, l’estrema perdizione di quell’uomo, talmente prigioniero del proprio personaggio da dover fingere perfino davanti a me. Gli avrei potuto ricordare che da anni mi toccava andare in giro scortato perchè per due volte aveva chiesto alla sua gente che io venissi ammazzato. Ma a cosa sarebbe servito? Avrebbe spalancato lo sguardo, si sarebbe rifugiato nel suo improvviso stupore, e in quella recita avrebbe trascinato anche me. Nessun odio. Non ne sono stato capace. E nessun sollievo, adesso che non c’è più. Detto tra noi, mi sono stati sempre più sulle scatole gli onesti borghesi della mia città (colleghi giornalisti, giudici, onorevoli…) che gli scodinzolavano dietro come cagnolini. A loro continua ad andare, intatto, il mio disprezzo”.













