Il Magazzino, l'Ufficio, le vedette, le donne manager: come operava il gruppo di via Algeri

 Il Magazzino, l'Ufficio, le vedette, le donne manager: come operava il gruppo di via Algeri

Dovranno rispondere di associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, aggravata dall’uso delle armi, dall’impiego di minori di anni 18 e dal fatto che lo spaccio avveniva nei pressi di un istituto scolastico della zona, nonché detenzione e porto abusivo di armi da sparo anche clandestine. Sono le accuse a carico, a vario titolo, delle 31 persone coinvolte nel blitz di questa notte dei Carabinieri. L’operazione, diretta dalla Dda di Catania, è stata ribattezzata “Algeri”, dal nome della via teatro delle operazioni.
Arriva a breve distanza temporale da altre simili (Euripide, Aretusa, Bronx e Tonnara) che hanno a più riprese colpito i gruppi egemoni in città nello spaccio di droga.
Le indagini sono state avviate dai Carabinieri del Nucleo Investigativo a novembre 2018 e si sono protratte fino al luglio 2019 con servizi di osservazione, controllo e pedinamento con riprese ed intercettazioni telefoniche ed ambientali.
A capo del sodalizio, secondo gli investigatori, c’era Maximiliano Genova. A completare il vertice, tre nuclei familiari “che gestivano un lucroso traffico di stupefacenti spacciando cocaina, hashish, marijuana, crack e metanfetamine” hanno illustrato i Carabinieri in conferenza stampa. Il cospicuo flusso di denaro generato (si parla di 25mila euro al girono, ndr), veniva utilizzato per nuovi approvvigionamenti e per la costante remunerazione delle figure minori come custodi, corrieri, staffette e spacciatori al dettaglio.
Lo spaccio avveniva all’interno dei portoni e negli androni interni alle scale delle case popolari di via Algeri. Gli accessi erano protetti da cancelli costruiti abusivamente dagli spacciatori, così da impedire o ritardare irruzioni da parte delle Forze dell’Ordine. La capacità intimidatrice del gruppo era tale da imporsi anche sugli altri residenti nelle palazzine che, estranei alle attività illecite, non erano in possesso delle chiavi dei cancelli abusivi ed erano così costretti, per entrare ed uscire, a chiedere il “permesso” alle sentinelle armate che, a turno, presidiavano il territorio ininterrottamente, per l’intero arco delle 24 ore.
I luoghi di operatività della piazza sono le palazzine di via Algeri poste sul lato mare, situate ad Est del centro abitato di Siracusa, luogo molto favorevole per gestire attività illecite: grazie alla loro particolare conformazione urbanistica, l’accesso delle Forze dell’Ordine è infatti particolarmente problematico e subito evidente; la topografia della zona ha poi permesso a vedette ben posizionate sui tetti dei palazzi di avvisare tempestivamente gli spacciatori al dettaglio dell’arrivo di pattuglie delle Forze dell’Ordine, tramite ricetrasmittenti, individuandole anche grazie a videocamere collocate in punti strategici.
“Tali caratteristiche della piazza di spaccio hanno agevolato il gruppo di “via Algeri” a concentrare su di sé l’attività del traffico di droga, acquisendo in tal modo la maggiore fetta di mercato rimasta scoperta, soprattutto dopo la chiusura delle piazze Bronx e Tonnara”, ha aggiunto il colonnello Giovanni Tamborrino, comandante provinciale dei Carabinieri.
Le indagini hanno permesso di accertare che la zona era costantemente presidiata, giorno e notte, da spacciatori e vedette ed era organizzata con più turni di lavoro, una vera e propria “centrale” dello spaccio aperta 24 ore su 24.
I guadagni erano così fiorenti che il sodalizio di Via Algeri aveva aperto addirittura delle vere e proprie trattative per la “vendita” tout court della piazza di spaccio ad altri gruppi criminali della città. Trecentomila euro per la “Piazza”, 50mila per entrare in “società”.
Per gestire l’attività, venivano utilizzati specifici locali che erano stati denominati “Ufficio” e “Magazzino”. Il primo era una vera e propria base logistica, ossia il luogo dove avvenivano le riunioni del gruppo e la ricezione dello stupefacente da parte dei fornitori, dove si effettuava la cottura della cocaina, dalla quale veniva ricavato il crack, dove si procedeva al confezionamento della sostanza ed alla distribuzione delle dosi (di diverse tipologie) agli spacciatori incaricati della vendita al dettaglio. L’ufficio era ubicato presso le abitazioni delle famiglie Cacciatore e Linares che – secondo l’accusa – si sono avvicendate nella gestione.
Presso l’Ufficio gli addetti ricevevano i proventi delle vendite da parte degli spacciatori e tenevano i ‘registri contabili’ sui quali rendicontavano le attività quotidiane.
Il gruppo disponeva anche di un “Magazzino” che era il luogo (ubicato presso le abitazioni dei magazzinieri incaricati) dove venivano stipate ed occultate le forniture di stupefacente, o le quantità in eccesso che transitavano dall’ufficio per essere trattate e contabilizzate. Tale strategia era finalizzata ad evitare il rischio di ingenti sequestri in caso di perquisizioni presso l’ufficio.
Un altro particolare emerso nel corso delle investigazioni è stato il ruolo attivo svolto, in seno al gruppo, dalle donne che rivestivano compiti operativi precisi: gestivano gli approvvigionamenti di droga e si occupavano del confezionamento, fino alla consegna della sostanza ai pusher. Per le abilità manifestate dalle indagate nella gestione delle attività, le stesse sono da considerarsi vere e proprie “donne manager” della droga, in grado di sostituire gli uomini negli affari criminali.
Anche i figli minori degli indagati assistevano puntualmente a tutte le operazioni relative al traffico degli stupefacenti o venivano impiegati nei turni di spaccio o vedetta, come riscontrato da riprese video ed intercettazioni e come confermato dalla presenza dei loro nomi all’interno dei registri contabili sequestrati.
Sulla base di quanto documentato nel corso dell’indagine, si è potuto stabilire come si svolgeva l’attività giornaliera del gruppo. In particolare, lo spaccio al dettaglio era svolto in tre turni di lavoro: mattina (dalle 6 alle 14), pomeriggio (dalle 14 alle 22) e notte (dalle 22 alle 6); gli spacciatori di turno si rifornivano nell’ufficio dove avveniva anche la consegna del denaro provento dello spaccio; gli addetti all’ufficio annotavano i movimenti sul quaderno (libro mastro), riportando sia la quantità consegnata, con a fianco il nome dello spacciatore di turno, sia i soldi ricavati dalla vendita della sostanza; gli spacciatori si rifornivano ad inizio turno e tornavano nell’ufficio ogni volta che esaurivano la sostanza per rifornirsi nuovamente; talvolta gli spacciatori dal luogo di spaccio, individuato in Via Algeri 118, raggiungevano l’ufficio di via Algeri 112 passando dai tetti delle palazzine, riducendo così i rischi di eventuali controlli delle Forze dell’Ordine; in ufficio l’attività era continua e gli addetti lavoravano freneticamente di giorno e di notte. Appena arrivava un carico i coniugi Cacciatore – hanno ricostruito gli investigatori – provvedevano a contabilizzare sul quaderno, trattenevano una parte della sostanza e inviavano al magazzino la parte in eccesso. In caso di carenza di stupefacente in ufficio Mario Cacciatore e Erminia Puglisi chiamavano in magazzino per fare giungere un nuovo quantitativo da confezionare e spacciare; presso l’ufficio si procedeva con la cottura della cocaina per ricavare il crack, si tagliava e si confezionava la sostanza suddividendola in palline, impacchettate in bustine di colore diverso in modo da individuare subito le diverse tipologie di stupefacente e la relativa quantità; in ufficio avveniva settimanalmente il pagamento degli stipendi, prontamente annotato sul quaderno; in ufficio si svolgevano le riunioni con i fornitori GRECO e VISICALE (e i loro corrieri), si contrattavano gli approvvigionamenti, si stabilivano i turni di lavoro, si effettuava la contabilità, si discutevano i problemi del gruppo e si pianificavano le strategie per eludere i controlli ed i sequestri delle Forze dell’Ordine; in ufficio si tenevano anche le riunioni del gruppo nelle quali Maximiliano Genova aveva il potere decisionale per tutto ciò che riguardava il sodalizio, anche se gli addetti all’ufficio godevano spesso di una certa autonomia quando si assentava.
Altro elemento che contraddistingueva il sodalizio malavitoso era il mantenimento economico degli associati detenuti, essenziale per il buon andamento della piazza, al fine di evitare delazioni o collaborazioni da parte degli arrestati. Tutti gli affiliati al gruppo percepivano uno stipendio, parametrato in base alla mansione ed al ruolo svolto all’interno dell’organizzazione. Ad esempio, lo stipendio settimanale di un magazziniere era di 250 euro, 400 a settimana per uno spacciatore.
Le indagini dei Carabinieri hanno permesso di evidenziare l’estrema pericolosità del gruppo, i cui appartenenti non esitavano ad usare la violenza e ad armarsi per regolare le ‘beghe interne’. Sono state anche sequestrate armi, pistole e revolver. Non avrebbero esitato a pestare o minacciare con le armi quanti non pagavano o non si mostravano allineati alla gestione dell’attività criminale.

 

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