• In quarantena e costretto a vivere in ufficio: ecco perchè serve un covid hotel a Siracusa

    Da dodici giorni “vive” con la figlia 15enne in ufficio. Un materasso gonfiabile ed un divano come giacigli, zero comfort, niente doccia. Confinato in attesa del via libera dell’Asp per poter riprendere la sua vita normale. Protagonista di questa storia ai tempi del covid è Marco (il nome è di fantasia per tutelare la sua privacy, ndr). Sua moglie è risultata positiva al covid-19 ed è stata posta in isolamento domiciliare dall’Asp di Siracusa. A casa non c’erano gli spazi adatti per garantire il prescritto isolamento con la contemporanea presenza degli altri componenti del nucleo familiare. Su invito delle autorità sanitarie, Marco ha dovuto allontanarsi da casa trovando “ospitalità” in ufficio, insieme ad una delle figlie. Il suocero ed il papà si occupano di portare due volte al giorno i pasti caldi. Li lasciano davanti alla porta, evitando ogni contatto.
    Il pensiero corre sempre a casa, alla moglie positiva. “Sorveglianza sanitaria? Pur avendo patologie pregresse, non è mai venuto nessuno. L’unico a prodigarsi davvero, il nostro medico di famiglia”, racconta puntando un’altra delle anomalie da protocollo.
    Ma quella che in questa storia emerge con forza è l’assenza di un covid hotel in provincia di Siracusa, destinato a quelle persone che si ritrovano, senza colpa, a dover vivere situazioni di questo tipo. Marco, paradossalmente, è stato anche fortunato: aveva una alternativa.
    Scadrà domani l’avviso pubblico dell’Asp di Siracusa con cui si cerca proprio una struttura alberghiera da destinare a questo scopo. Almeno 30 camere singole con i confort base (incluso il wifi) per i soggetti in quarantena e autosufficienti. Solo a dicembre, però, il covid hotel potrebbe essere operativo. E sono ad oggi decine le segnalazioni di casi simili a quello che stiamo raccontando.
    Nel caso di Marco, peraltro, i prescritti giorni di quarantena sono anche già trascorsi ma ancora nessuna traccia della mail che lo rimette in “libertà”, restituendolo al tran tran della sua vita ed al lavoro. “Sono una partita iva. Non ho malattia o altre tutele. Ogni giorno che resto fermo è un mancato incasso per la mia famiglia”, confida. Martedì scorso ha fatto il tampone di fine quarantena, confermato l’esito negativo. “E noi contatti diretti di positivi eravamo in mezzo alle centinaia di studenti dello screening con tampone rapido. Troppa confusione e risultati urlati in barba alla privacy. Si guarda alla quantità, ma la qualità è stata dimenticata…”.

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