La Pasqua nel Siracusano, ieri e oggi. Viaggio tra riti e tradizioni, anche…a tavola
In una recente guida dedicata ai riti ed alle tradizioni popolari della Pasqua in Sicilia, alla voce Siracusa compare un solo riferimento: “Venerdì: processione funebre”. Una sintesi estrema, che restituisce un’immagine riduttiva rispetto alla ricchezza di celebrazioni che, fino alla metà del Novecento, animavano Ortigia durante la Settimana Santa.
Fino agli anni ’50 del secolo scorso, infatti, il centro storico di Siracusa era teatro di un fitto calendario di riti religiosi. Cuore organizzativo delle cerimonie erano le confraternite, associazioni laicali impegnate nelle opere di carità e nella diffusione del culto, ciascuna dotata di un proprio statuto e di abiti distintivi. Le loro origini risalgono all’Europa medievale: le prime testimonianze si collocano già nell’VIII secolo in Francia, mentre molte confraternite derivano dal movimento dei flagellanti diffusosi dal XV secolo.
Le celebrazioni pasquali affondano le radici nei Misteri della Passione e Resurrezione di Cristo e si sviluppano lungo tutto il periodo della Quaresima, quaranta giorni di digiuno e penitenza che culminavano nella Settimana Santa. In quei giorni, la liturgia si spogliava di ogni solennità per assumere un tono austero e raccolto. A scandire il tempo erano processioni, veglie e riti notturni illuminati da candele, pensati per rendere tangibile alla comunità il senso del dolore e del sacrificio.
A Ortigia, le processioni attraversavano quotidianamente le strade del centro storico. Tra le più scenografiche vi erano quelle organizzate dalle confraternite dei Filippini, legata alla chiesa di San Filippo Apostolo, e degli Spiritosantari, della chiesa dello Spirito Santo. I confrati sfilavano con abiti riccamente decorati: neri con ricami dorati i primi, bianchi con inserti rossi e oro i secondi. Il Venerdì Santo i Filippini portavano in processione la Madonna Addolorata e il Cristo morto, mentre gli Spiritosantari si distinguevano per la rappresentazione dei Misteri del Giovedì Santo.
Altre confraternite contribuivano a scandire i momenti chiave della Settimana. Quella dei Notai curava, nella chiesa di Sant’Agostino, la celebrazione dei Dolori di Maria nella Domenica di Passione. I confrati del Rosario, invece, rievocavano l’ingresso di Gesù a Gerusalemme nella Domenica delle Palme, con un corteo che includeva un asinello impagliato e i dodici apostoli. Le processioni erano accompagnate dalle bande musicali cittadine, comprese quelle militari.
A chiudere il ciclo delle celebrazioni era la Domenica di Pasqua con la cosiddetta “Inchinata”, documentata fin dal 1615. In piazza Duomo, la statua del Cristo Risorto incontrava quella della Madonna “delle Rose” dei Domenicani. Il triplice inchino tra le due statue, ripetuto anche durante il rientro in via Maestranza, segnava simbolicamente il passaggio dal lutto alla gioia, tra il suono delle campane e l’entusiasmo della folla.
Il secondo dopoguerra ha segnato una cesura profonda. Lo spostamento della popolazione verso la nuova città e il progressivo abbandono di Ortigia hanno determinato un lento declino di queste tradizioni, con la perdita di un patrimonio secolare. Solo a partire dalla fine degli anni ’90, grazie all’impegno di sacerdoti e volontari, alcune celebrazioni sono state recuperate. Tra queste, l’allestimento dei Misteri nella chiesa dello Spirito Santo (oggi nella chiesa di San Giuseppe) e la “Scisa ra Cruci” nella chiesa di San Filippo Apostolo alla Giudecca, dove una statua di Cristo viene deposta dalla croce per la processione del Venerdì Santo.
Oggi, in Ortigia, la processione del Venerdì Santo è organizzata a rotazione: negli anni pari dalla confraternita degli ortolani, con partenza dalla chiesa del Carmine; negli anni dispari dalla chiesa di San Filippo Apostolo. Tra i riti recuperati nel Giovedì Santo si segnala anche l’Ufficio delle Tenebre nella chiesa di San Tommaso Apostolo, celebrato dai Cavalieri dell’Ordine del Santo Sepolcro con il tradizionale candeliere a quindici braccia.
Accanto ai riti religiosi sopravvive anche la tradizione dolciaria: cassatedde, scumuni, cuffiteddi, palummeddi e agnellini continuano a essere prodotti nelle storiche pasticcerie di Ortigia.
Se in città molte tradizioni sono andate perdute o ridimensionate, nei centri della provincia la Settimana Santa conserva ancora oggi una forte intensità.
A Ferla, il calendario si apre con la processione del “Signuri a canna” il Mercoledì Santo. Il Venerdì è segnato dalla “Scisa a Cruci” e dalla processione del Cristo deposto “U Signuri a Cruci”, mentre il Sabato Santo culmina nella spettacolare “Sciaccariata”, con il Cristo Risorto portato di corsa tra centinaia di fiaccole. La Domenica di Pasqua si conclude con “U Scontru”, l’incontro tra il Cristo e la Madonna.
A Melilli tra i momenti più intensi della Settimana Santa, il venerdì Santo, c’è la tradizionale e sentita processione del Cristo Morto e della Madonna Addolorata, attraverso le vie del centro. Nella mattinata di Pasqua, in Piazza Rizzo, il tradizionale “N’contru” tra il Cristo Risorto e la Madonna, uno dei riti più attesi e partecipati, seguito dalla processione verso la Chiesa Madre. Nel pomeriggio, al termine della processione con il Cristo Risorto e la Madonna, sul sagrato della chiesa di San Sebastiano si rinnova la tradizionale “Spartenza”, suggellando simbolicamente la fine delle celebrazioni pasquali.
A Sortino, invece, i riti assumono una dimensione particolarmente suggestiva e il Venerdì Santo raggiunge il suo momento più intenso con la “Sciuta” all’alba della processione “’U Nummu ru Gesù”, e, nel pomeriggio, con la “Scisa a Cruci”. La domenica, con la processione “U Sarvaturi”, e il seguente “Scontru” con la Madonna segna il ritorno alla gioia e alla festa.
Ma tra i riti più intensi e identitari della Settimana Santa spiccano quelli di Canicattini Bagni. Momento centrale è la processione del Venerdì Santo, dominata dalla presenza della statua lignea seicentesca del “Santissimu Cristu”, portata a spalla lungo le vie del paese in un’atmosfera carica di raccoglimento. A rendere unico il rito, già anomalo di per sé, dato che il venerdì esce un Cristo alla colonna e non un Cristo morto, è soprattutto il canto “U Lamientu”, eseguito dai “Nuri”, anziani e giovani locali che custodiscono e tramandano questa antica pratica di padre in figlio. Il canto, rigorosamente in dialetto siciliano, accompagna il corteo rievocando i momenti della Passione e della morte di Cristo con toni struggenti e profondamente evocativi. Non si tratta solo di una espressione devozionale, ma di un vero e proprio patrimonio culturale, riconosciuto e tutelato: “U Lamientu” è infatti iscritto nel Registro delle Eredità Immateriali della Regione Siciliana.
Ferla, Sortino e Canicattini Bagni rappresentano tre esempi emblematici di una tradizione ancora viva, ma non isolata. In tutta la provincia di Siracusa, la Settimana Santa continua, infatti, a essere un momento centrale della vita comunitaria.
Dai piccoli borghi dell’entroterra ai centri più popolosi, i riti pasquali rinnovano ogni anno un legame profondo tra devozione religiosa e identità collettiva. Processioni, canti, rappresentazioni sacre e gesti tramandati nel tempo restituiscono un patrimonio immateriale che resiste alle trasformazioni della contemporaneità.
Per chi vi partecipa, non si tratta soltanto di assistere a un evento, ma di entrare in contatto con una dimensione autentica, lontana dai circuiti turistici più battuti e ancora fortemente radicata nella cultura locale.
Un’esperienza che conserva intatto il suo valore simbolico e comunitario, rendendo la Settimana Santa siracusana una delle espressioni più significative della tradizione siciliana.
di Sergio Cilea
Delegato Fai Siracusa

































