• Siracusa. Festa della Repubblica, i messaggi del Prefetto Gradone e del Sindaco Garozzo

    Due giugno, festa della Repubblica. Ricorrenza celebrata anche a Siracusa. Questo il discorso del Prefetto, Armando Gradone.
    “E’ un grande ed immeritato privilegio essere chiamato, ancora una volta, a dare voce a nome di tutti, nella veste di rappresentante dello Stato, ai valori ed alle ragioni che tengono insieme, da quel lontano 2 giugno del 1946, la nostra Repubblica democratica, esempio nel mondo, negli anni del dopoguerra, di riscatto morale e materiale, di capacità di fare, di fantasia, di intraprendenza, di sviluppo economico e civile.
    L’Italia di oggi si trova di fronte a difficoltà che sollevano interrogativi a cui non è possibile sfuggire.
    Sei anni di crisi – la crisi più lunga del dopoguerra – hanno inferto duri colpi alla società italiana: più di 2 milioni di posti di lavoro andati in fumo; più di 6 milioni di italiani senza lavoro;un’intera generazione di giovani resa inattiva a dispetto di saperi e competenze acquisiti con sacrificio ed impegno; natalità ai minimi storici; aumento delle disuguaglianze; un Sud sempre più distante dal Nord non solo in termini di ricchezza prodotta ma anche e soprattutto in termini di diritti di cittadinanza, di efficienza del sistema pubblico, di coesione sociale.
    Sei anni di crisi ci consegnano un Paese smarrito; un Paese che continua ad interrogarsi sulle cause di un così drastico e diffuso peggioramento delle condizioni di vita di milioni di famiglie, alimentando, specie nelle giovani generazioni, sfiducia nel futuro, nel proprio Paese, nelle Istituzioni, nella possibilità di una vita migliore attraverso un lavoro onesto.
    Come se non bastasse, l’Europa ci assegna ancora una volta il primato della corruzione: secondo le stime di Bruxelles l’Italia vale da sola il 50% della corruzione complessiva dei 28 Paesi dell’Unione Europea. E’ un dato difficilmente dimostrabile, è vero. Però è innegabile che, al di là della reale entità del fenomeno, esiste un diffuso convincimento in Italia e all’Estero che il nostro Paese non abbia rivali nella produzione in ogni campo, nel pubblico come nel privato, di fenomeni di malcostume prodotti da intrecci di complicità in grado di determinare ad esclusivo vantaggio di amici, sodali e compiacenti l’accesso agli affari, agli incarichi, al lavoro, ad ogni sorta di servizio pubblico, in dispregio delle regole, del merito, della concorrenza e, in definitiva, del bene collettivo.
    Gli italiani stanno imparando a proprie spese che la corruzione è una delle cause principali dell’inefficienza del sistema pubblico ed uno dei fattori determinanti, insieme alla criminalità organizzata ed all’abnorme evasione fiscale, della minore capacità del Paese di superare l’attuale momento di difficoltà.
    Siamo oggi tutti più consapevoli che burocrazie deboli e impreparate, controlli tardivi e confusi, normative inutilmente complesse e disordinate, apparati organizzativi anacronistici, sono un peso enorme per l’economia e la società del nostro Paese.
    Siamo oggi tutti più consapevoli dell’urgenza di un’etica pubblica e privata che promuova l’affermazione di un’economia libera da ogni forma di illegalità; che assicuri la realizzazione di servizi di qualità; che si erga a garanzia dei diritti e dei doveri; che renda possibile un uso corretto dei beni e delle risorse pubbliche.
    Sei anni di crisi ci offrono l’immagine di un Paese in affanno, incerto sul futuro, confuso sul suo destino nel contesto europeo. Un Paese nel quale tuttavia si va facendo strada un rinnovato sentimento di speranza sulla possibilità di ritrovare la via di un nuovo progresso civile ed economico.
    Il dibattito pubblico di questi giorni dimostra che vi è nel Paese una diffusa domanda di cambiamento, di discontinuità rispetto al passato.
    Quella che sta emergendo con forza è soprattutto una richiesta di risveglio morale, di stimolo alla classe dirigente ad operare con determinazione contro ogni forma di illegalità, contro logiche affaristiche e parassitarie che alterano la concorrenza e impediscono l’affermazione di progetti imprenditoriali capaci di generare, nel rispetto delle regole, nuovo sviluppo e nuova occupazione, a partire dalla valorizzazione della cultura e delle vocazioni dei territori.
    L’Italia di oggi, come l’Italia del dopoguerra, può e deve vincere questa sfida, recuperando le ragioni e lo spirito di un impegno collettivo che ci ha portati ad essere una grande Nazione.
    Per riuscirvi servono, come allora, rinnovate energie morali e materiali.
    La politica deve tornare ad essere strumento essenziale di promozione del benessere pubblico, favorendo la partecipazione delle migliori risorse del Paese all’impegno per l’affermazione di un sistema istituzionale, economico e civile coeso, un sistema nel quale a tutti i cittadini sia garantita l’opportunità di mettere a frutto, nel rispetto delle regole, meriti, competenze ed attitudini.
    La politica deve tornare ad essere passione e dedizione per il bene pubblico, per lo sviluppo del Paese, senza secondi fini, nel libero confronto di idee e valori, nel rispetto della dialettica democratica.
    L’amministrazione della cosa pubblica deve tornare ad essere presidio credibile di rigore, trasparenza, imparzialità ed efficienza.
    Occorre tornare ai principi basilari che tengono insieme una Nazione ,vale a dire il rispetto della verità nelle relazioni pubbliche e private; l’impegno ad operare per la rimozione di privilegi e rendite di posizione che ostacolano la valorizzazione delle capacità e dei meriti di ciascuno; la promozione di politiche che favoriscano una più equa distribuzione della ricchezza nazionale; l’attenzione verso le categorie più deboli e svantaggiate; la massima fermezza nella lotta ad ogni forma di illegalità e di criminalità; la generosità nei confronti di quanti raggiungono il nostro Paese per sfuggire a situazioni di bisogno o di pericolo per la propria incolumità.
    Ho avuto modo di toccare con mano l’enorme patrimonio di intelligenza, di energie positive, di voglia di fare che anima questa splendida terra. Una terra di indicibile bellezza e di antica civiltà. Una terra che vuole davvero costruire il proprio futuro attraverso un impegno onesto e serio di valorizzazione della storia, della cultura, delle risorse naturali, ambientali e paesaggistiche che ha avuto in dote.
    Indirizzare tutte queste energie positive verso un impegno corale che veda insieme Istituzioni, forze politiche e sociali, cittadini, concorrere positivamente ad un processo di graduale rilancio del territorio è un obiettivo che si può, si deve perseguire.
    Energie e volontà che la Provincia di Siracusa ha dimostrato di possedere in massimo grado prodigandosi con ammirevole passione civile, sensibilità umana e dedizione al bene degli altri nel non facile servizio di accoglienza dei migranti in arrivo sulle coste siracusane.
    Un fenomeno, quello dell’immigrazione, certamente non nuovo per questa terra, e tuttavia mai sperimentato prima nelle forme, nelle dimensioni e nelle caratteristiche assunte a partire dal mese di giugno del 2013. Quello richiesto alla provincia di Siracusa è stato e continua ad essere un compito immane che merita la gratitudine e la riconoscenza dell’intera Nazione. Un compito che questa provincia sta svolgendo con un impegno collettivo senza eguali, con il coinvolgimento corale di tutte le risorse disponibili sul territorio, dando prova ogni giorno della straordinaria tempra morale che anima questa terra.
    A questa terra va tutta la mia ammirazione, con l’intimo convincimento che lo stesso sentimento è in questo momento presente nell’animo di tutti gli italiani. Viva l’Italia. Viva la Repubblica. Viva la Sicilia. Viva Siracusa”.
    Sintesi del discorso pronunciato dal sindaco, Giancarlo Garozzo, alla cerimonia della Festa delle Repubblica.
    “Il 2 giugno del 1946 segnava una svolta definitiva nella vita del nostro Paese e nella crescita civile e sociale della nostra Nazione; in quel giorno gli italiani, annichiliti da una guerra senza precedenti per forza distruttiva, decidevano non solo di cambiare l’assetto dello Stato ma anche di gettarsi alle spalle l’esperienza dolorosa della dittatura.
    Dobbiamo essere grati a quelle donne e a quegli uomini che si assunsero la pesante responsabilità di scrivere la regole basilari della nostra convivenza civile ed istituzionale: la nostra Costituzione, i cui principi fondamentali, in mezzo secolo di dibattito politico, non sono mai stati messi in discussione.
    Ciò fu realizzato perché i nostri costituenti, pur appartenendo a famiglie politiche e culturali profondamente diverse, diedero vita a un confronto ricco e serrato, riuscendo, però, senza mai perdere di vista l’alto compito cui erano stati chiamati, a cogliere le sensibilità comuni a tutta la Nazione. Un risultato tutt’altro che scontato, all’indomani di un conflitto civile che aveva dilaniato l’Italia ed aveva seminato lutti.
    Oggi il nostro Paese è moderno e sviluppato ma il percorso per l’affermazione dei nuovi principi non è stato né lineare né privo di ostacoli. Non sono mancate tensioni, confronti anche aspri tra le forze sociali e politiche, il riemergere delle tentazioni autoritarie, non è mancata la minaccia terroristica di destra e di sinistra.
    Nella nostra terra, in Sicilia, l’emergenza e la minaccia allo Stato è arrivata, ed ancora arriva, anche dalla nefasta forza delle organizzazioni criminali che hanno esercitato prepotenze inaccettabili sul territorio, sulle pubbliche istituzioni e sul popolo. La mafia, soprattutto Cosa nostra, si è organizzata e ha agito come un vero e proprio sistema di potere deviato e violento che ha fatto versare pesanti tributi di sangue alle realtà militari, civili ed ecclesiali. Ma lo Stato ha dimostrato di sapere reagire e, dopo i successi su un piano che possiamo definire militare, adesso assistiamo alla reazione della società e delle imprese, segno che i semi buoni piantati con la Costituzione alla lunga riescono a produrre frutti.
    Non possiamo nasconderci l’illegalità diffusa in alcuni contesti del nostro Paese, lo scarso rispetto per le istituzioni che talora affiora e viene fomentato, l’indebolimento del principio di responsabilità, del senso civico, della tolleranza e della solidarietà. Ma è proprio in questi momenti che bisogno guardare alla Costituzione.
    Il senso della festa di oggi sta proprio nel non dimenticare il percorso compiuto, con slancio e fatica, per giungere all’affermazione dei valori di libertà e giustizia sociale, ma con uno sguardo rivolto al futuro”.

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