• Video. Maxi operazione dei Carabinieri tra Floridia e Solarino: sgominato sodalizio mafioso

    Sono 24 le persone arrestate tra Floridia e Solarino nell’ambito della maxi operazione San Paolo. Oltre 100 i Carabinieri impegnati alle prime luci dell’alba, dopo un’indagine coordinata dalla Dda di Catania e durata oltre un anno.
    Sono 19 le persone finite in carcere e 5 agli arresti domiciliari come da ordinanza emessa dal gip del Tribunale di Catania, su richiesta della Procura Distrettuale Antimafia. Sono ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e usura, tentata estorsione ed esercizio abusivo dell’attività finanziaria, aggravati dalla finalità di agevolare il clan Aparo attivo nel territorio di Floridia e Solarino.
    Le indagini hanno permesso di sgominare quello che viene ritenuto un sodalizio mafioso riconducibile alla sfera di influenza del clan Aparo, storicamente dominante nei comuni dell’hinterland siracusano, come Floridia e Solarino, quest’ultimo comunemente denominato San Paolo, da cui il nome dell’indagine.

    Al suo vertice dell’associazione ci sarebbe stato, secondo gli investigatori, Massimo Calafiore considerato il reggente “pro tempore” del clan su “nomina” diretta dello storico boss, Antonio Aparo, mediante l’invio di missive spedite mentre questi si trovava ristretto nel carcere di Milano, una volta terminato il regime del 41 bis.
    Giuseppe Calafiore, Salvatore Giangravè e Angelo Vassallo sarebbero le altre figuri apicali del sodalizio. Gli ultimi due “gestori” dell’usura e del traffico di stupefacenti e da poco scarcerati dopo un lungo periodo di detenzione.
    Il braccio armato del clan, utilizzato per mantenere il regime di sopraffazione ed omertà sul territorio, sarebbe stato costituito da Mario Liotta, recentemente deceduto, e dal figlio Francesco, ritenuti l’articolazione operativa del gruppo criminale, con compiti di intimidazione violenta a commercianti e ad altri privati.
    Il clan, così composto, aveva dato vita a un vero e proprio dominio sui centri di Floridia e Solarino. Molteplici erano i campi di “influenza”: dall’usura agli stupefacenti, dalle estorsioni ai danneggiamenti mediante attentati incendiari.
    L’indagine è partita da alcuni incendi avvenuti Floridia a danno di esercizi commerciali. Roghi accomunati dallo stesso modus operandi. Dall’analisi degli episodi, gli inquirenti sono riusciti a risalire agli autori materiali e ai loro mandanti, facendo venire alla luce l’esistenza di un’associazione di tipo mafioso radicata sul territorio, che si sarebbe resa responsabile di numerosi episodi di usura, di cui gli incendi e i danneggiamenti costituivano l’esortazione a pagare. A capo dell’associazione, vi erano, come detto, proprio i due Calafiore che, utilizzando denaro del sodalizio criminale, avrebbero concesso prestiti a tassi usurari a privati cittadini in stato di bisogno, tra cui anche commercianti in difficoltà, praticamente sostituendosi agli istituti bancari. A differenza di questi ultimi, però, i due applicavano tassi di interesse pari al 20% mensile e quindi al 240% annuo. Giuseppe Calafiore teneva la “contabilità” mediante appunti che materialmente erano custoditi dalla madre, Antonia Valenti, destinataria anche lei di misura cautelare. Negli appunti, oltre che sulle pagine dei calendari della casa della donna, erano annotati nominativi, ammontare delle rate, date in cui i pagamenti dovevano essere effettuati, oltre che la contabilità dei prestiti che erano poi stati erogati a titolo personale, fuori dall’influenza del clan. Le vittime di usura accreditavano ai loro strozzini le rate pattuite mediante bonifici bancari o trasferimenti monetari su Postepay, oltre che con il classico metodo del trattenimento di assegni dati in garanzia per l’ammontare del prestito. In caso di inadempimento, i Calafiore procedevano ad impossessarsi di autovetture, beni immobili e esercizi commerciali delle vittime, gettandole letteralmente sul lastrico.
    Gli investigatori hanno posto in evidenza anche il ruolo delle donne. Non solo la madre di Calafiore ma anche la compagna, Clarissa Burgio, inizialmente vittima di usura da parte dei Calafiore e poi divenuta compagna di Giuseppe e quindi diventata il suo naturale sostituto, quando l’uomo era stato arrestato per detenzione di sostanza stupefacente ai fini di spaccio e ristretto in carcere per un breve periodo.
    Il giro dell’usura, emerso durante l’attività di indagine, è risultato di larga portata tanto da far ritenere configurato il reato di esercizio abusivo di attività finanziaria e creditizia. Solo di alcuni episodi è stata possibile la compiuta ricostruzione. In molti altri casi, infatti, mancando la collaborazione delle vittime, non è risultata possibile la contestazione.
    L’associazione mafiosa, oggi disarticolata, non si occupava solo di usura. Florida era anche l’attività legata al traffico e spaccio di sostanza stupefacente. Le indagini hanno consentito, infatti, di accertare che il sodalizio criminale gestito dai Calafiore, per incrementare ulteriormente gli introiti, aveva deciso di utilizzare parte dei proventi derivanti dall’usura per l’acquisto di grosse quantità di stupefacenti, principalmente cocaina, hashish e marijuana, fornite dai “catanesi”. La sostanza stupefacente veniva poi rivenduta a numerosi acquirenti di Floridia alimentando lo spaccio al dettaglio in quel centro.
    Dall’associazione dei Calafiore si rifornivano anche spacciatori indipendenti come Andrea Occhipinti, Paolo Nastasi, Antonio Amato (detto “Cappellino”) e Massimo Privitera, operanti tutti a Floridia.
    Sempre seguendo il canale della sostanza stupefacente che da Catania giungeva a Floridia attraverso i Calafiore, è emersa l’esistenza di una vera e propria piazza di spaccio in via Fava, i cui promotori ed organizzatori sono stati individuati dalle forze dell’ordine in Maurizio Assenza e suo figlio Sebastiano Carmelo, che unitamente a Joseph Valenti, Antonio Privitera, Angelo Aglieco e Jacopo De Simone avrebbero dato vita ad una vera e propria organizzazione dedita allo spaccio di sostanza stupefacente (cocaina, hashish e marijuana).
    Nel corso dell’indagine sono stati eseguiti numerosi riscontri, sequestrati complessivamente 300 grammi di cocaina. Sono stati altresì segnalati alla Prefettura, quali assuntori, circa venti clienti della piazza di spaccio di via Fava, nonché degli spacciatori “indipendenti”. Inoltre, sono state tratte in arresto sette persone per detenzione di sostanza stupefacente ai fini di spaccio. L’introito stimato del giro di droga scoperto grazie a questa indagine si aggirava intorno ai 350.000 euro in soli quattro mesi.
    Oltre all’usura e agli stupefacenti, l’associazione mafiosa si sarebbe dedicata anche ai danneggiamenti mediante incendi, utilizzati per far sentire la forza di intimidazione del clan sul territorio, per punire coloro che non erano puntuali nei pagamenti o che avevano interrotto i rapporti interpersonali con il clan o, a volte, anche semplicemente per dare fastidio alle Forze dell’Ordine quando queste ultime segnalavano qualcuno dei consociati per violazione degli obblighi cui erano sottoposti.
    Almeno quindici si sono rivelati gli atti incendiari attribuibili all’associazione, sia a danno di autovetture che di esercizi commerciali. Emblematiche talune motivazioni: l’incendio dell’autovettura dei proprietari di un bar di Solarino, rei di non aver praticato uno sconto su una torta acquistata da Massimo Calafiore per il compleanno del figlio, addirittura facendogli pagare un lecca – lecca che lo stesso, all’atto del ritiro del dolce, aveva acquistato alla figlia che lo accompagnava. Altro episodio è rappresentato dall’incendio di un intero pub di Floridia dopo che Giuseppe Calafiore aveva giudicato troppo caro un tagliere di formaggi e non aveva potuto ricevere le ostriche e champagne, da lui richieste, ma non disponibili.
    Nel corso dell’indagine è emersa altresì la figura di Domenico Russo, dapprima parte offesa in quanto vittima dell’usura dei Calafiore e, successivamente, mandante di una tentata estorsione nei confronti di un netino che lo aveva truffato.

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