• Il sequestro del depuratore consortile, il quesito: perchè Ias non ha (ancora) l’Aia?

    Non è la prima volta che il depuratore consortile e la sua società di gestione (Ias) finiscono in una inchiesta della Procura di Siracusa. Era, ad esempio, successo nel febbraio del 2019 quando l’impianto finì sotto sequestro (preventivo) nell’ambito dell’operazione No Fly, sempre in materia ambientale. In quel caso si contestava la compartecipazione in fenomeni odorigeni che avrebbero reso meno salubre l’aria dei centri abitati circostanti. Vennero stabiliti tempi e modalità per interventi che avrebbero dovuto ridurre le emissioni.
    Non è da escludere che da quel filone di indagine abbia poi preso le mosse quella attuale che ha portato ieri al sequestro dell’impianto, finito in amministrazione giudiziaria, e delle quote societarie. Nel registro degli indagati finiscono i vertici della società di gestione e, secondo quanto si apprende, i responsabili di gestione degli impianti industriali che utilizzavano quel depuratore per il trattamento dei loro reflui. A loro carico – secondo alcune fonti – sarebbe stata disposta anche l’inibizione di 12 mesi dalle funzioni, in attesa di un momento destinato a chiarire le eventuali responsabilità. L’accusa, per tutti, è di disastro ambientale aggravato.
    In attesa degli sviluppi giudiziari della vicenda, si spalancano alcuni interrogativi. Dove conferiranno le industrie i loro reflui? Si rischia un blocco o, addirittura, qualche cessazione di attività? E che fine faranno i dipendenti Ias? Su tutti, poi, una domanda centrale: perchè il depuratore consortile non era ancora dotato di Aia ovvero l’autorizzazione integrata ambientale?
    Cominciamo con ordine. Per avere una proporzione chiara di quello che potrebbe succedere all’operatività delle aziende attive nell’area industriale – e rispondere quindi alle prime due domande – bisognerà capire la portata esatta del provvedimento della Procura di Siracusa. Vale a dire: il sequestro del depuratore, con il divieto di conferirvi, comporta la chiusura immediata e totale dei collettori di scarico o verranno imposte delle limitazioni? E’ chiaro che, nel primo caso, sarebbe come immaginare un corpo umano in funzione senza il fegato che depura. Non dura a lungo. Nel secondo, sarebbe minore il rischio di ritrovarsi con impianti fermi (o chiusi) e lavoratori a casa (cassa integrazione, licenziamenti?).
    E allora ecco l’altro quesito: che cosa succederà adesso ai dipendenti Ias? “Oggi la primaria esigenza è quella di tutelare i posti di lavoro dei dipendenti che rischiano seriamente, perchè la mancanza degli introiti da parte degli industriali farà mancare la stragrande maggioranza dei soldi che Ias incassa. E le poche decine di migliaia di euro che sono garantite dai comuni di Priolo e Melilli non riusciranno mai a coprire le spese del personale e quelle correnti dell’IAS”, dice Beniamino Scarinci (Fratelli d’Italia). Per la gestione ordinaria dell’impianto è stato nominato un amministratore giudiziario.
    Scarinci offre poi una riflessione per soppesare meglio il dato fornito sulle sostanze inquinanti che sarebbero state immesse in atmosfera e in mare. “Il depuratore consortile è un impianto di trattamento di seconda categoria e questo aspetto gli consente di stabilire le concentrazioni degli inquinanti in ingresso. Chiaramente si può disquisire sull’enormità o meno di queste concentrazioni che però rimangono a discrezione del gestore dell’impianto”, spiega ancora Scarinci. “Altro aspetto importante è che, dalle notizie stampa, si apprendono le quantità assolute in tonnellate/anno di inquinanti e non le loro concentrazioni: 77 tonnellate all’anno devono essere divise sulla quantità di acqua che IAS carica a mare ed è quello il dato più importante. Questi due aspetti, se discussi per tempo e inquadrati all’interno di una autorizzazione, sarebbero stati di garanzia per il funzionamento regolare dell’impianto. Ma il fatto che manchi proprio l’autorizzazione rende oggi ininfluenti questi fattori sul procedimento della Procura”.
    La colpa, secondo Beniamino Scarinci, è tutta della politica. “Se si fossero presi l’onere di occuparsi dell’autorizzazione, oggi non ci troveremmo a parlare di questo e la Procura non avrebbe dovuto sostituirsi a loro”. Chi? “La Regione e le istituzioni locali hanno avuto tutto il tempo di sistemare le cose. E’ assurdo essere arrivati al punto in cui la magistratura, di fatto, si è dovuta sostituire agli enti che non hanno fatto il loro dovere”.
    L’autorizzazione è la già citata Aia, Autorizzazione Integrata Ambientale. Ed eccoci quindi all’ultimo dei quesiti posti: il depuratore consortile doveva già esserne provvisto? “Gli impianti come il depuratore gestito da Ias sono soggetti a rilascio di AIA dal 2006, con l’avvento del codice unico ambientale. Sono passati 16 anni, per cui il provvedimento della Procura, a mio avviso, appare più che legittimo”.
    Non è da escludere che la soluzione di questa vicenda debba passare dal Ministero. “Può intervenire celermente, considerato che è l’istituzione che determina tutti i limiti degli scarichi degli impianti. Potrebbe mettere in campo un sistema che intanto garantisca la verifica continua e costante dei dati di concentrazione dello scarico a mare di IAS e nello stesso tempo avvii immediatamente e di concerto con la Regione la procedura di rilascio dell’AIA. Non vedo altre possibili soluzioni”, conclude Scarinci.
    Intanto, il dibattito si concreterà adesso sul regolamento da applicare per valutare l’eccedenza dei conferimenti da parte delle industrie. Ias è depuratore industriale o civile? Materia da avvocati. Nel primo caso, si utilizzerebbe un regolamento fognario, nel secondo un altro (per reflui industriali in impianti civili). Ed in base a questo, variano i limiti e – di rimando – le cosiddette eccedenze. Non è da escludere che, se avesse avuto l’Aia, i citati limitati sarebbero già stati indicati e normati senza dubbio alcuno. L’assenza, rende inevitabile il corretto intervento, quasi in sostituzione del pubblico, della magistratura.

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