• Siracusa, barriera arborea. I rinvii a giudizio e gli interrogativi: "solo l'impresa di giardinaggio responsabile?"

    Dell’invisibile barriera arborea di Targia si tornerà a parlare l’11 giugno, prima udienza del procedimento per truffa ai danni del Comune di Siracusa. Ricorderete la vicenda: nel 2009 doveva essere messa a dimora a nord della città una fitta e alta vegetazione “scudo” antismog. Per la sua realizzazione, l’amministrazione comunale dell’epoca spese oltre mezzo milione di euro. Ma i siracusani non si sono mai accorti della presenza della barriera arborea.
    Una storia su cui si è mossa anche la Procura. Un mese addietro, i primi riscontri nel corso dell’udienza preliminare. Il Gip ha rinviato  a giudizio i titolari dell’impresa di giardinaggio che ha eseguito i lavori: Camillo e Giuseppe Navarra. I due, padre e figlio, palermitani, sono accusati di una lunga congerie di inadempienze. Nel dettaglio, di aver realizzato principalmente opere di bonifica rispetto alla creazione della barriera arborea, per il quale il progetto era stato autorizzato nell’ambito del Piano di Risanamento Ambientale; di aver messo a dimora soprattutto ulivi, specie non idonea e non prevista dalla relazione tecnica; di aver piantato solo un terzo delle piante previste nel progetto di variante (2600 su 7500);  di non aver eseguito le opere di irrigazione e le altre cure agronomiche necessarie all’attecchimento e alla crescita delle piante;  di aver speso molto di più per smaltire da Santa Panagia la stessa quantità di rifiuti prelevata a Targia (6 t di rifiuti, 240.000 euro per S. Panagia, 97.000 per Targia);  di aver lasciato a Santa Panagia, malgrado l’opera di bonifica, cumuli di inerti frammisti a materiale contenente amianto;  di aver speso 127.000 euro per rimuovere e smaltire in discarica il pietrame dell’area di Targia, senza che il lavoro fosse previsto nel progetto o supportato da parere tecnico, e malgrado la legge (art. 185 Decreto Lgs 152/06) non assimili il pietrame al rifiuto in quanto non è prodotto di attività di scavo;  di aver speso 40.000 euro per la bonifica da inerti e ingombrati dell’area di Targia, mentre i formulari per il trasporto parlano solo del pietrame di cui sopra;  di aver realizzato un muro di recinzione con base in calcestruzzo in assenza di autorizzazione.
    Natura Sicula, con il presidente Fabio Morreale, si domanda “come sia stato possibile compiere tutte queste inadempienze senza che nessun responsabile del progetto se ne accorgesse o imponesse il rispetto dei termini contrattuali”. I due palermitani rinviati a giudizio rappresenterebbero, per l’associazione naturalistica, solo l’ultima ruota del carro mentre  “molte altre figure sono state coinvolte nel progetto, ognuno con una specifica responsabilità o incarico di controllo”, spiega Morreale.  “Una gerarchia di responsabili che non poteva non accorgersi della mancata o errata esecuzione di tutte le opere appaltate. Dov’erano  quando si eseguivano più bonifiche che piantumazioni, o quando le pietre venivano caricate per portarle in discarica? E perché di fronte all’evidenza di un progetto fallito  si è continuato a difendere la regolarità dei lavori eseguiti?”.

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